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EDITORIALE (di Gaetano Piscopo) Pd, dalla fusione a freddo alla scissione a caldo

di Gaetano Piscopo

Tutto prevedibile Matteo Renzi lascia il Pd e consolida la sua posizione di condizionatore di questo governo.

A sorpresa è stato il propositore dell’alleanza giallo rossa e tempestivamente si è smarcato da chi immagina nel Pd di costruire un’alleanza sistemica con i pentastellati che rappresenterebbe un’altra svolta senza basi in assenza di comunanza di vedute, valori e prospettive.

Un capolavoro tattico che gli ha evitato il confronto elettorale immediato che non consentiva di esserne protagonista e allo stesso tempo si è conquistato la scena politica. Ora bisogna verificarne la strategia.

Nessuno si è strappato i capelli a dimostrazione che era già nell’aria una separazione dopo una lunga stagione di conflitti interni al partito.

Credo che questo sia il primo passo risolutivo delle contraddizioni interne al Pd provocate da una fusione a freddo di culture e provenienze politiche diverse in un progetto di partito di ispirazione veltroniana. Un progetto che aveva senso in un sistema elettorale maggioritario e bipolare. Ora che si sceglie di ritornare al sistema proporzionale della prima Repubblica non si può più mettere insieme anime e spiriti così diversi.

Nel Partito Democratico convivono diverse correnti rappresentate da tanti possibili leader e in un pollaio non possono esserci tanti galli a cantare. Tra quelli che lo hanno combattuto con tutti i mezzi e che durante la sua vigenza avevano congelato il centralismo democratico c’è un sospiro di sollievo.

Almeno in questo modo Renzi non contenderà più la leadership del partito che a sua volta potrà riaprire il suo consesso a chi uscendone aveva raccolto briciole di consensi.

Tutto sommato è quello che ha determinato Nicola Zingaretti, inizialmente contrario a questa alleanza, che per conquistare il ruolo di protagonista ha accettato questo percorso rilanciando con l’estensione dell’alleanza con i 5 Stelle per tutta la legislatura e sul piano locale. Ha fatto anche di più provocando la reazione di Renzi, nelle nomine ministeriali in quota Pd sono stati inseriti coloro che apertamente hanno osteggiato le riforme del lavoro e costituzionali proposte e approvati dallo stesso partito.

Tutto troppo veloce per essere assorbito senza colpo ferire. Un conto era mettere in sicurezza i conti e magari modificare la legge elettorale per il taglio dei parlamentari, altro è un governo di legislatura che sintetizza due modi così diversi di interpretare l’economia, lo sviluppo, la giustizia e la democrazia rappresentativa.

La classe dirigente del Pd si affanna a dire che non ci sono motivazioni politiche valide a sostegno dell’evidenza dello scontro perpetuato contro di lui e la smania di negare la sua essenza e la sua presenza politica. La “Ditta” lo ha sempre ritenuto un intruso e ora non può meravigliarsi della sua scelta.

Non riesco a immaginare una sua reazione diversa dopo che i suoi avversari fuori e soprattutto dentro il partito hanno provato a annientarlo e criminalizzarlo. Bisogna ammettere che ha saputo aspettare il suo momento riconquistando centralità e dettando l’agenda della risoluzione della crisi voluta da Salvini.  

Chissà quanti dei parlamentari da lui prescelti lo seguiranno e quanti avranno paura di una sfida difficile e aspetteranno prima il conforto di eventuali sondaggi positivi.

Chi sostiene che i protagonisti di scissioni non hanno mai avuto fortuna è ancora legato a vecchi schemi superati dalla contemporaneità di un elettorato sempre più mobile e capace di cambiare rapidamente il proprio orientamento, le ultime tornate elettorali ne sono un esempio.

Una cosa è certa Renzi è alla sua prova di maturità. Alla decima edizione della Leopolda dal 18 al 20 ottobre, dovrà convincere i suoi potenziali sostenitori con un progetto politico capace di entusiasmare ed attrarre consensi come in passato gli era capitato. Soprattutto dovrà recuperare proprio lo spirito di innovazione e di modernità che ben era stato rappresentato nelle prime edizioni della Leopolda e che è stato imbrigliato nella scalata governativa da quanti salivano sul carro del vincitore.

Il nuovo soggetto politico “ITALIA VIVA” lanciato dall’ex premier saprà interpretare e recuperare le delusioni seminate dai partiti e dai movimenti?  Riuscirà a dialogare con quella parte di liberali, democratici e riformisti che non si sentono rappresentati da questo quadro politico? Potrà rinnovare la volontà di “rottamare” e ricambiare una classe dirigente inadeguata e impreparata?

La “serenità” dei sui avversari dipenderà da queste risposte

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