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L’OPINIONE (di Umberto Minopoli) La crisi di agosto e il riformismo trasformato in un campo di Marte

La soluzione politica della crisi di agosto ha prodotto strascichi negativi sul terreno delle idee. Trasformismo, populismo, Europa delle èlite, proporzionalismo, sono le quattro parole ‘chiave’ sdoganate che rischiano di degradare a mera chimera la prospettiva riformista.

di Umberto Minopoli

Sono settimane di regressione culturale. Il campo del riformismo è, ormai, un campo di Marte.

La soluzione politica della crisi di agosto (che non ho condiviso) ha prodotto strascichi negativi sul terreno delle idee. Penso a quattro parole che ha sdoganato e che, a mio avviso, rischiano di degradare a mera chimera una prospettiva riformista.

Prima parola : trasformismo. C’è chi, per giustificare un cambio di alleanze, è giunto a riabilitare culturalmente la categoria del trasformismo. Una cosa impensabile. Il trasformismo è la pratica della fine della trasparenza della politica, l’elogio della aleatorietà dei programmi e delle identità, la perdita di ogni “romanticismo” dell’agire politico, la mitologia della velocità, della spregiudicatezza tattica, il tatticismo del blitzkrieg, della guerra lampo incurante delle conseguenze, del movimentismo come modernità. Un regresso.

La seconda parola sdoganata: populismo. E’ durata solo un anno la critica del populismo. Questa crisi ha sdoppiato la categoria del populismo. Si è legittimato il populismo di sinistra opposto al populismo sovranista di destra. Senza alcuna autocritica e ripensamento la classe dirigente grillina è stata, per incanto, “costituzionalizzata“. E’ diventata, a sinistra, stravagante e contestata una verità che, nei 10 anni passati era quasi un dogma assodato: il populismo di sinistra, con il suo carico di opposizione e protesta sociale disgregativa e corporativa, è più pericoloso e ostativo della crescita dello stesso sovranismo. Oggi a sinistra questa è una bestemmia.

La terza parola sdoganata è l’idea di ” Europa come élite”. Ci si è mostrati quasi entusiasti del peso avuto dalle cancellerie europee nella soluzione della crisi. Un errore. L’Europa non è un insieme di regioni. Ma di Nazioni. Il sovranismo nazionale o è, in qualche modo, parte del disegno federale o il processo unitario si bloccherà. Il futuro può essere solo una chiara divisione di compiti in cui, su certe materie, ci sarà un trasferimento di sovranità dagli Stati all’Europa (bilancio, politica sociale, migrazioni, difesa) e su altre le pretogative “nazionali” rimangono. Regalare in blocco il sovranismo alla destra è un errore. Che approfondirà l’impressione di una sinistra, semplicemente avversa, all’idea di Nazione. Un pericolo. Che rischia di segnare un’ulteriore frattura tra opinione di larghe fette di popolo e l’idea di Europa.

La quarta, e ultima, parola sdoganata è proporzionalismo. Tutta la storia post-prima repubblica italiana è stata dominata da una convinzione: che ci fosse un rapporto diretto e conseguente tra i mali del Paese (alto debito, bassa crescita, degrado della P. A, consociativismo spendaiolo, corporativismo sociale, spesa pubblica improduttiva, economia da rentier ecc) e l’assetto proporzionalista delle istituzioni. Che non porta solo ad instabilità e precarietà dei governi. Ma anche a distorsioni drammatiche della vita economica e sociale del Paese. Oggi questo è tornato in discussione. E, in nome della frammentazione politica, dei sondaggi e delle aspettative elettorali di gruppi o singole personalità si è tornati a legittimare il proporzionalismo. Un assurdo.

Se ci pensiamo, queste quattro parole riabilitate hanno, in prospettiva, una unica vittima designata e predestinata: il riformismo. Che torna ad essere in Italia una ipotesi futura debole e improbabile.

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