EDITORIALE (di Gaetano Piscopo) Pd, dalla fusione a freddo alla scissione a caldo
Settembre 18, 2019
L’OPINIONE (di Umberto Minopoli) La crisi di agosto e il riformismo trasformato in un campo di Marte
Settembre 19, 2019

Ormai è chiaro, a noi napoletani rubano anche il dialetto!

“Avevamo scritto questo articolo circa un decennio fa sulla nostra vecchia rivista di nome “PLAYER”, free press di intrattenimento che distribuivamo allo stadio San Paolo, e ripescandolo dalle nostre continue rassegne stampa, lo abbiamo trovato talmente attuale che ve lo riproponiamo in versione integrale”.

Napoli, è una delle città più affascinanti che esistano, ricca di storia, di cultura, di bellezze naturali, di un clima invidiabile e di un popolo che nel bene e nel male non ha eguali al mondo. Il forte contrasto con i suoi lati belli e quelli infinitamenti più oscuri hanno da sempre interessato la cosiddetta “intellighentia“. Da Goethe a Bocca e tanti altri intellettuali, artisti di tutti i tipi si sono sempre occupati con grande passione e interesse di descriverla, a volte di decifrarne i segreti, altre volte, come appunto Giorgio Bocca o Roberto Saviano fra i pochi che hanno pensato prevalentemente a screditarla. Un altro grande patrimonio che hanno i napoletani è la lingua. Un idioma foneticamente perfetto, che raccoglie la sintesi di tutta la genialità, la filosofia, l’intelligente capacità di fondere cultura, storia, arte e modernità, visti i tanti neologismi che di anno in anno vengono coniati spontaneamente dai napoletani, non di certo dalla Treccani. E infatti di questo vogliamo parlarvi, di come anche nel linguaggio o dialetto, noi napoletani dobbiamo subire soprusi. Ci sono tante parole napoletane che ultimamente altre città, altri dialetti si attribuiscono la paternità. Così di primo acchito ne ricordiamo alcuni: ad esempio l’italianizzato “inciucio”, che come tutti noi napoletani sappiamo, si dice “o’ n’ciucio” e che in due sillabe vorrebbe dire tante cose insieme, alludendo metaforicamente all’atto sessuale più intimo, come per dire con filosofia tutta napoletana di persone che untuosamente e ingannevolmente si intersecano e sulle quali spettegolare, (facimme e n’ciuci), e oggi tale termine viene italianizzato e abusato per descrivere impropriamente la promiscuità e gli accordi sottobanco in politica fra partiti di opposti ideali. I vocabolari della lingua italiana non potrebbero mai dare una spiegazione precisa di un termine così pregnante di ogni cosa. Altra parola abbastanza moderna di cui i romani si attribuiscono il copyright è “sola termine in realtà coniato dai primi fumatori di hascisc all’ombra del Vesuvio. E una parola di conio relativamente recente, inventata dai ragazzi alle prime armi in fatto di droghe leggere che compravano l’hascisc dal pusher di turno correndo il rischio di essere bidonati e anzichè riceverne la compatta stecchetta marrone scuro, ricevevano in cambio qualcosa che le somigliasse ma che per conformazione aveva più le sembianze di una suola di cuoio delle scarpe. Quindi ironicamente dopo essersi accorti del buggeramento qualcuno definì quella sottospecie di truffa la cosidetta “sola ‘e scarp ” incautamente acquistata a caro prezzo. A Roma hanno riciclato e fatto loro la parola “sola“, descrivendone il significato come qualsiasi cosa somigli ad un’ imbroglio, ma siccome noi napoletani siamo magnanimi ne abbiamo coniato uno in sostituzione, dicasi pure “pezzotto“, ma non gli spieghiamo cosa significa, diciamo solo che proviene dal variegato mondo dei motori e ancor prima dai sarti camiciai. Ma ormai questo neologismo, che la Treccani dovrebbe ufficializzare, è talmente di uso comune che la provenienza linguisica ed etimologica passa in second’ordine a tal punto che ogni italiano e magari anche qualche straniero la fa sua, pur senza conoscerne il vero significato ma comunque come se facesse parte della propria lingua. Curiosamente anche la parola italianissima del rettile Caimano, nel suo surrogato dispregiativo, viene dall’espressione napoletana “j che caimano..” come per dire di un uomo avido, infido, vorace e feroce allo stesso tempo, in poche parole uno “chin ‘e cazzimma” (altro termine di cui parleremo, ma non troppo, in seguito) che pur di ottenere il suo tornaconto farebbe di tutto. Altre parole che vengono in mente sono “scippo“, “sfruculiare“, e la parola volgare seppur italianizzata e cioè, stronzo, che in napoletano basta togliere la vocale finale e si musicalizza in “strunz infinitamente descrizione di più grande impatto, che rende meglio l’idea. Insomma, dopo averci depredato con Garibaldi di tesori del Regno delle Due Sicilie, per la verità appartenenti agli spagnoli che a loro volta dominavano i napolertani, fra un poco ci ritroveremmo privati anche della nostra lingua a vantaggio di qualche “Dante Alighieri appezzuttato”. Ma c’è una parola che noi napoletani dobbiamo fare nostra più che mai ed è la “cazzimma“, che malgrado la generosità solare che contraddistingue il napoletano doc, sarebbe ora che usassimo a iosa verso chi alla bontà, l’orgoglio e all’amore per le proprie origini, risponde con l’egoismo e il disprezzo più bieco, per cui non vogliamo nemmeno spiegarglielo… Ma siccome anche questo termine di copyright esclusivamente partenopeo è ormai di gran moda in tutto il resto dello stivale italico, soprattutto nel mondo del calcio di cui ne fanno grande abuso gergale, e allora che se la sbrigassero i letterati dell’Accademia della Crusca e la Treccani, a tradurne con esattezza etimologia e significato, “nuje, nun cio vulimm dicere”!

Pippo Trio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *