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di Gaetano Piscopo

Nel ventennio fascista, durante la lotta di liberazione dal nazifascismo e successivamente nel corso della formulazione della Costituzione repubblicana cattolici e comunisti hanno collaborato prima per il ripristino della democrazia e poi per la ricerca di regole comuni, tuttavia sono rimasti divisi non solo dalle diverse appartenenze ideologiche, ma anche da differenti scelte di governo e prospettive.

Negli anni settanta le battaglie civili e i referendum su divorzio e aborto hanno marcato le diversità di visioni e di valori di riferimento fino a che, nel pieno dell’acutizzarsi dello scontro tra Stato e terrorismo e prima ancora della caduta del muro di Berlino (barriera simbolica dell’ideologismo politico), due grandi personaggi dello spessore di Enrico Berlinguer e Aldo Moro teorizzavano e proponevano il “compromesso storico”.

Una nuova alleanza tra cattolici e postcomunisti, con i due maggiori partiti (Pci e Dc) che volevano governare insieme il Paese per arginare la radicalizzazione degli scontri sociali di quegli anni e allo stesso tempo spuntare il potere contrattuale che avevano i piccoli partiti che sostenevano la Democrazia cristiana nei vari governi di alleanze.  Con il rapimento e l’uccisione di Moro questo tentativo viene congelato e solo per una breve parentesi si realizza il governo di “larghe intese”.

Altri vent’anni attraversati dalla instabilità dei governi pentapartitici, dallo scontro fratricida a sinistra tra Psi e Pci e poi conclusi con l’eliminazione (a volte anche fisica) di tutte le rappresentanze politiche dei partiti che avevano governato la nazione.

La magistratura con Tangentopoli in un solo colpo ha eliminato dalla scena politica un intero quadro politico con partiti e tradizioni politiche secolari (Dc–Psi–Pri–Pli–Psdi) che ritenuti disonesti venivano criminalizzati e rincorsi dai forcaioli.

In questo modo, seppur necessaria un’opera moralizzatrice, è stato azzerato un intero quadro politico senza aver creato un’alternativa e un ricambio di leadership che almeno conservasse lo spessore e la caratura del precedente.

Il risultato del ventennio successivo è stato la scalata di Berlusconi, che in breve tempo ha colmato i vuoti lasciati dai partiti precedenti. Una proposta di rivoluzione liberale che si è scontrata con la inconsistenza di una nuova classe dirigente improvvisata e inadeguata.

Nonostante il grande conflitto di interessi, il Cavaliere non è mai stato battuto politicamente, ma è stato piegato dai sui stessi vizi e da un accanimento giudiziario tale da farlo sembrare vittima di complotti. Questo personaggio ha avuto la capacità di dettare l’agenda politica e di imporre un nuovo approccio comunicativo di sistema, fino a che i suoi avversari non si sono adeguati a combatterlo attraverso una nuova leadership carismatica.

Dalla Leopolda nasce l’idea di una forte innovazione e di un ricambio generazionale dei quadri dirigenti “la rottamazione”. Una spinta con sembianze populiste che argina tuttavia, inizialmente, la nascita e la crescita del Movimento 5 Stelle. Il protagonista di questa stagione è Matteo Renzi un ragazzo formato nelle fila del Partito Popolare che conquista subito l’attenzione di grandi platee grazie alla sua esperienza decennale alla guida prima della Provincia e poi della città di Firenze e, soprattutto, in virtù della capacità di trasmettere da subito messaggi chiari con una grande attrattiva comunicativa.

Insomma nasce un leader carismatico giovanissimo che con grande acume propone il Patto del Nazareno, nel tentativo di rompere il fronte del centro destra e portare Forza Italia a discutere di nuove regole per semplificare la gestione farraginosa del Paese. Un tentativo di modernizzazione e di semplificazione che avrebbe cambiato la prospettiva dell’Italia. Purtroppo quanti opportunisticamente, erano saliti sul carro vincente lo hanno poi combattuto e boicottato fino ai risultati noti.

Insomma nel Pd, oltre a quella che si può definire la “Strategia del Macaco” (Cityweek marzo 2017), si è concretizzata la guerra egemonica accantonata per troppo tempo. L’errore di Matteo? L’inesperienza da una parte, la fretta dall’altra e soprattutto il dare ascolto al canto delle sirene che lo portavano al naufragio.    

Abbiamo voluto delineare, finora, un breve viaggio storico per raccontare come l’Italia nell’ultimo secolo abbia vissuto periodi ventennali di diversa connotazione politica che non hanno mai prodotto una vera stabilità utile e necessaria a porre le basi di un reale sviluppo e crescita del Paese. Ma soprattutto per analizzare il tentativo della creazione di una sintesi comune tra gli eredi della Dc e quelli del Pc. Una velleità, si è dimostrata, quella di voler costruire dalle ceneri del passato un partito (il Pd) che mettesse insieme culture, tradizioni e pensieri diversi.

Come dice Achille Occhetto un tentativo che si è infranto nella incapacità di costruire un pensiero nuovo e unico per superare le storiche barriere e le antiche liturgie. Infatti il Pd oggi è l’insieme di tante fazioni (correnti) che non riesce proprio per questo a cogliere la fiducia e il consenso necessario per governare.

Se è vero che il tentativo della breve esperienza parzialmente maggioritaria imponeva la ricerca di costruzione di un partito che fosse sintesi di diversi pensieri, oggi che si ritorna al sistema proporzionale non ha più senso una convivenza forzata di anime e ambizioni così diverse.

Certo siamo ancora in tanti a pensare che per la stabilita di questo Paese è necessario semplificare il quadro politico con una legge maggioritaria, magari a doppio turno che da una parte sappia rappresentare i territori con i collegi uninominali e dall’altra permetta al vincitore di governare per cinque anni.

Ma visto che non sarà così per volontà anche di quelli che fino a poco fa erano antisistema, la scelta di Renzi con “Italia Viva” può essere quella opportunità di chiarificazione delle componenti politiche e magari una nuova attrattiva sia nella vasta area del non voto che nel campo dei moderati, dei liberali e dei riformisti spogliati dalle incrostazioni di nostalgia del passato.       

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