Dissenso M5S, online la “Carta di Firenze”: stop capo politico e Rousseau agli attivisti
Ottobre 4, 2019
Gli opinionisti a seconda del risultato non sono mai credibili
Ottobre 8, 2019

L’EDITORIALE (di Gaetano Piscopo) Le riforme elettorali e la democrazia incompiuta

di Gaetano Piscopo

Un tema di questi giorni è ancora una volta la riforma elettorale. Una discussione che ritorna ogni qualvolta c’è una nuova maggioranza in parlamento. Come se le regole democratiche possano essere ogni volta riscritte ad uso e consumo degli eletti del momento.

Una deformazione tutta nostrana che seppur dovuta alla giovane età di una nazione come l’Italia è però determinata da un’assoluta mancanza di senso dello Stato ed un carente cultura identitaria.

Insomma una Nazione che non ha mai realizzato nei fatti quell’unità imposta più dalla volontà sabauda che da un sentimento comune nelle diverse comunità. Unica parentesi di un sentimento nazionalista è stata la lotta di liberazione dall’occupazione nazista.

Una fase, la seconda guerra mondiale, che aveva fatto crollare il consenso popolare di cui il fascismo pure aveva goduto. Mussolini seppure aveva imposto nel 1923 la “legge Acerbi” che gli consentiva di avere un consistente premio di maggioranza in parlamento con appena il 25% dei voti, godeva comunque di una larga base elettorale. Tutto dissipato da un dissennato progetto imperiale, una repressione maniacale del dissenso e un’alleanza coi tedeschi trasformatasi in sottomissione.

La costituenda Repubblicana, nata dopo un referendum vinto per pochi voti, è stato l’unico esempio di scrittura comune delle regole democratiche del nuovo Stato nascente con l’intento della pacificazione e di una nuova convivenza civile e politica. Quasi 50 anni di sistema proporzionale, l’unica eccezione fu rappresentata dalla legge elettorale del 1953, meglio nota come “legge truffa”, il provvedimento proposto e poi ritirato dal governo di Alcide De Gasperi che inseriva nel sistema di elezione della Camera un premio di maggioranza consistente nell’attribuzione del 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste che avesse superato la metà dei voti validi. Un timido tentativo per dare stabilità ai governi, togliendo il potere ricattatorio agli alleati di sorta.

Nel 1979 Bettino Craxi e Giorgio Almirante nel rendersi conto in anticipo della necessità di modernizzare le istituzioni e porre freno all’egemonia democristiana furono i primi e gli unici a proporre un sistema maggioritario alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica. Erano fuori dal coro e non fu neanche aperta una discussione in Parlamento.

Nel 1993 la prima riforma elettorale in senso maggioritario “il Mattarellum”, dopo l’azzeramento del quadro politico tradizionale ad opera di Tangentopoli e l’assenso referendario del 1991.

Con le alleanze elettorali dei cartelli di centro destra (Polo della Libertà) e di centro sinistra (Ulivo) sembrava avviarsi finalmente un confronto bipolare e soprattutto con i collegi uninominali al posto delle antiche preferenze, finalmente i territori cominciavano a vedersi rappresentare in Parlamento.

Purtroppo la litigiosità in alleanze eterogenee e un mancato sbarramento elettorale efficace misero fine a questa breve stagione dando inizio all’epoca dei nominati. Infine, prima il Porcellum” nel 2005, poi “il Rosatellum” nel 2013 snaturarono definitivamente la vocazione maggioritaria.

Il 4 dicembre del 2016 l’ultimo tentativo: un Referendum costituzionale per abolire il bicameralismo e con una nuova legge elettorale l’Italicum creare uno sbarramento d’ingresso utile ad una semplificazione del quadro politico. La leggi Boschi-Renzi nasceva da accordi sottoscritti tra Pd e Forza Italia, il Patto del Nazareno. La spaccatura prodotta prima dall’elezione del Presidente Mattarella e poi da un accanito impegno di quanti nello stesso Pd avevano approvato la legge in parlamento danno inizio al tentativo di demolizione della leadership di Matteo Renzi che pur perdendo da solo contro tutti ottiene il 41% al referendum.

Un’alleanza tra conservatori di destra, neoconservatori di sinistra e i promotori di battaglie antisistema come i Cinque Stelle. Il risultato è ovviamente il mantenimento dello status quo anche per chi voleva smantellare privilegi e costi di un parlamento sovradimensionato e farraginoso.   

Questa la breve sintesi della seconda Repubblica che ottiene come risultati il graduale e costante incremento dell’astensione e corrispondente malumore popolare che dà vita alla stagione della rabbia e dei populismi.

I preamboli di questi giorni fanno presagire risultati ancora peggiori per la democrazia rappresentativa. Invece che l’abolizione del bicameralismo con 315 parlamentari in meno si tagliano 200 deputati e 115 senatori. Tutto a danno della rappresentazione dei territori con l’obbligo di estensione dei collegi con una nuova riforma elettorale che forse sarà proposta.

Con la riduzione dei parlamentari sarà necessaria una riforma elettorale che molto probabilmente ci riporterà al proporzionale puro della prima Repubblica e che tanti di noi che l’hanno combattuta sono stati costretti a rimpiangerla per quanto prodotto in questi 25 anni.       

Il dato più incredibile è che quanti difendevano i principi costituzionali nell’ultimo referendum oggi rincorrono i fautori della democrazia diretta svuotando di essenza e importanza il parlamento italiano.

Non si modernizza e semplifica il potere legislativo, ma lo si svuota. Non si combattono i privilegi, magari abolendo l’immunità parlamentare per tutti i reati che non siano di opinione, ma si cristallizzano. Sarebbe auspicabile vedere in parlamento non solo nuovi protagonisti senza capacità legislative, ma un livello più alto di rappresentanza che non sia misurato solo dal taglio degli stipendi. Forse sarà bene pagare nella giusta misura i ruoli secondo la capacità di produrre risultati utili alla comunità e colpire efficacemente ogni possibile abuso e uso del potere.

Non parliamo poi del finanziamento pubblico ai partiti.  Un’altra stortura che se prima mal gestita oggi in sua mancanza diventa un incentivo per tentazioni disoneste e organizzazione di lobby di potere.

Chi pensa che si possa risolvere la crisi economica abolendo i costi della politica e non la burocrazia da essa generata vuole affermare la valenza della democrazia diretta. Quella che ci porterà forse ad esprimere le nostre opinioni attraverso sondaggisti, o votazioni su portali magari privati.

La generazione a cui appartengo è sicuramente responsabile della sintesi odierna prodotta in politica, ma non può rassegnarsi ad assistere inerme alla distruzione di tutti i fondamentali della democrazia in ragione di affermazioni qualunquiste di superamento degli steccati tra destra e sinistra.

La differenza c’è e persiste ed è riconducibile alla visione che si ha dello sviluppo e del progresso economico, dei diritti civili, dell’utilizzo delle risorse e del territorio, della democrazia diretta o rappresentativa.

Per queste ragioni risulta innaturale l’ultima alleanza di governo giallo-rossa se proiettata oltre la messa in sicurezza dei conti. Purtroppo c’è chi nel Pd si propone di estenderla anche al governo dei territori.

Forse è proprio la fine di un’epoca e l’inizio di una stagione che marcherà la differenza tra i veri riformisti e i conservatori di ogni appartenenza.

2 Comments

  1. Il partito di bianco a l si la politica italiana è strana è fluida io sto.con Renzi ha detto:

    Cmq la politica italiana.è passata dai.preconcetti.al.trasformismo la politica è passata dal.odio feroce alle querele, reciproche, la politica è passata dal.dire mai., con questo.

    • Salvatore ha detto:

      Disamina in via generale condivisibile, ma perde ogni razionale apprezzamento quando velatamente si difendono le ideologie politiche della destra. Uno dei punti dove non mi trova concorde è dove dice : “La generazione a cui appartengo è sicuramente responsabile della sintesi odierna prodotta in politica, ma non può rassegnarsi ad assistere inerme alla distruzione di tutti i fondamentali della democrazia in ragione di affermazioni qualunquiste di superamento degli steccati tra destra e sinistra.
      La differenza c’è e persiste ed è riconducibile alla visione che si ha dello sviluppo e del progresso economico, dei diritti civili, dell’utilizzo delle risorse e del territorio, della democrazia diretta o rappresentativa.”
      Le ideologie politiche che differenziavano la destra e la sinistra, sono sparite col crollo della cosiddetta prima Repubblica, atteso che il dopo è stato tutto un rimescolamento di uomini e partiti che si sono riciclati in nuovi partiti che nuovi non sono.
      Quindi fare appello e sostenere queste ideologie ormai superate, e sostenerle in nome di orientamenti politici che in linea di massima si equivalgono, abbandonando le necessità del popolo e abbracciando gli interessi di Stato e aziendali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *