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Pd, Zingaretti ‘stritolato’ dalle correnti interne: in Umbria si gioca il partito

di Peppe Papa

Era lui, l’unico tra i dirigenti del Partito democratico, a volere andare alle urne dopo la caduta del governo giallo verde, convinto di potersela giocare, e ad escludere categoricamente qualsiasi alleanza con M5S, invece sappiamo come è andata a finire.

Nicola Zingaretti, il segretario, è rimasto stritolato dal giogo delle correnti interne, costretto a rimangiarsi la promessa di non avere mai a che fare con i grillini, subire una scissione e il solo, tra tutti i leader nazionali del partito, a metterci la faccia nella campagna elettorale in Umbria subendo tutti i diktat imposti dai Cinque Stelle. Con la quasi certezza, tra l’altro, che tutto questo non serva ad evitare una sonora sconfitta da parte del centrodestra ‘salvinizzato’.

Servirebbe uno scatto di reni da parte sua per cercare di scrollarsi di dosso il ruolo di “scemo del villaggio” al quale, nell’occasione, addossare qualsiasi colpa, ma non ne sembra capace, subisce e sorride. Il patto di ferro siglato con Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, alla base della pace interna seguita all’addio di Matteo Renzi, che sta ispirando il tentativo di costruire una intesa stabile con M5S, di fronte a una débacle in Umbria non resisterebbe agli attacchi del resto del partito per niente convinto del nuovo corso e da tempo impegnato a sostenere la richiesta di un congresso straordinario.

Lo attendono al varco, insomma, pronti a metterlo sul banco degli imputati, a cominciare proprio dalla maggioranza dei deputati e senatori che fanno parte delle componenti di Franceschini e di Guerini, per non parlare dei reduci della corrente renziana ‘Energia democratica” guidati da Anna Ascani e il gruppo di Matteo Orfini, quello più chiaro da subito a puntare il dito contro il segretario e il ministro dei Beni Culturali, ritenuto il “vero capo del Pd”.

L’ex presidente del partito non perde occasione a definire “sbagliatissima” la linea assunta in merito alle regionali umbre, “priva di visione politica e che rischia di portarci ad una rovinosa sconfitta”, oltre a rivendicare la necessità di ridiscuterla ufficialmente in un nuovo congresso il più presto possibile.

Ma il povero Zingaretti deve guardarsi anche dai malumori che serpeggiano tra i suoi. Ad esempio Lia Quartapelle, responsabile esteri della segreteria, che qualche giorno fa non ha esitato a far conoscere il proprio disappunto affermando di aver votato Zingaretti “perché proponeva un Pd che ritornasse tra le persone” e che quindi non c’è “nessuna urgenza di immaginare alleanze al momento, ma di metterci al lavoro sul partito e sulla presenza nella società”. Tocca ricordare che la Quartapelle è una fedelissima di Paolo Gentiloni di cui è nota la idiosincrasia al Movimento. Un bel problema. Non gli resta altro da fare che incrociare le dita e aspettare domenica sera.

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