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Ilva: il governo, Mittal e la verità scomoda

Sull’Ilva il governo non può parlare come un partito o un sindacato. Non può affermare “respingiamo il piano dell’azienda (5000 esuberi)” e fermarsi lì. Questo lo può, anzi, lo deve ribadire il sindacato. Il governo ha il dovere e l’obbligo di dire e fare di più. E, anzitutto, dichiarare la verità.

di Umberto Minopoli

Sull’Ilva il governo non può parlare come un partito o un sindacato. Non può affermare “respingiamo il piano dell’azienda (5000 esuberi)” e fermarsi lì. Questo lo può, anzi, lo deve, ribadire il sindacato. Il governo ha il dovere e l’obbligo di dire e fare di più. E, anzitutto, dichiarare la verità.

Che è: nessuna soluzione alternativa a Mittal (nazionalizzazione, nuova gara e nuovo proprietario, soldi pubblici a eventuali altri gestori) potrebbe prevedere meno esuberi di quelli denunciati da Mittal.

Perché? Semplice: gli esuberi di cui si parla non sono frutto di cervellotica volontà di Mittal. Ma di calcoli oggettivi sulla realtà oggettiva di Ilva oggi. Se il governo non contribuisce a cambiare la realtà, gli esuberi non sono rimuovibili.

Infatti, al netto di eventuali eccedenze (da dimostrare al tavolo di trattativa) dovute al mercato dell’acciaio oggi, gli esuberi denunciati sono frutto di ragioni oggettive. Che il governo dovrebbe conoscere. Non si tratta di notizie riservate. Ma di “verità e fatti” cui, ad una lettura dei giornali, tutti possono arrivare.

Il nodo è l’area a caldo (i quattro altoforni che a Taranto producono la ghisa fusa che, trasformata poi in acciaio, dà vita ai prodotti Ilva). E’ intuitivo capire che l’area a caldo assorbe la metà degli occupati in produzione. E che, senza di essa, lo stabilimento è morto: si limiterebbe a lavorare acciaio che importa, ma non lo produrrebbe.

La domanda è: allo stato Mittal dispone, davvero, di questa area a caldo vitale per produrre le 8 milioni di tonnellate necessarie ad occupare i 10.700 addetti di Ilva?

La risposta, a leggere i giornali, è no. Dei quattro altoforni, uno è chiuso per rifacimento (Afo 5), e nulla si capisce sulla riapertura; uno verrà chiuso (Afo 2) perchè chi gestiva Ilva, prima di Mittal, non ha rispettato i tempi e le prescrizioni imposte dalla Magistratura; gli ultimi due (Afo 1 e 4) verranno chiusi per “imitazione” del 2 (obbligo di applicare loro le stesse prescrizioni poste al 2).

Insomma, non per colpa di Mittal, l’intera area a caldo è compromessa. Come si possono produrre, senza i 4 altoforni, le tonnellate d’acciaio necessarie per occupare 11.000 addetti?

E’ il problema vero, oggettivo, non dipendente solo dalla volontà di Mittal. A meno che non si pretenda che un’azienda che sta sul mercato debba occupare il doppio e più degli addetti necessari e possibili. Col risultato di morire in tempi ancora più ristretti.

E’ al problema “tecnico” dell’area a caldo che il governo deve contribuire, con azienda, sindacati, magistratura e poteri locali, a dare risposta. Limitarsi a “respingere” il piano di Mittal è pura demagogia.

Detto poi che, ove si trovasse (difficile, ma possibile) una soluzione al problema tecnico, si riaprirebbe subito il “nodo dei nodi“: va ripristinato lo scudo legale. Che, ad oggi, continua a non esserci.

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