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EDITORIALE (di Gaetano Piscopo) Rapporto Censis: la ‘nuova politica’ tra rancore, cattiveria e incertezza

I risultati del rapporto Censis 2019 descrivono umori e stati d’animo degli italiani dominati dalle ansie alimentate da politici e leader cresciuti nel consenso solo con l’influenza mediatica.  

di Gaetano Piscopo

L’analisi del Censis dice che gli italiani affrontano i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno in un clima macerato dalla sfiducia. Negli ultimi anni si è passati dal “rancore” cresciuto dopo una lunga crisi economica che ha costretto tutti a rivedere il proprio tenore di vita, alla “cattiveria” dove il 75% dei cittadini non si fida più degli altri e tutti diventano improvvisamente nemici.  Ora, la parola che sembra dominare il rapporto annuale che fotografa la società italiana è “incertezza”.

Lo smarrimento generale è il frutto di un percorso iniziato da un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria e a dominare ora è l’ansia di dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato dallo Stato.

Nel fare i conti con la rottura dell’ascensore sociale il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale sia ormai bloccata. Nel frattempo il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale e il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

La Storia ci ha insegnato che questo può essere una bomba a orologeria e i primi risultati si vedono nelle pulsioni antidemocratiche che si stanno diffondendo. Infatti il Rapporto dice che il 48% degli italiani si dice favorevole all’uomo forte al potere risolutore di ogni problema.

Come abbiamo potuto ridurci a questo?

La rivoluzione digitale, ad inizio millennio, ha messo in evidenza le difficoltà ad utilizzare i nuovi strumenti sia da parte dei cittadini che della pubblica amministrazione per velocizzare un processo di modernizzazione del Paese. Nell’ultimo decennio invece l’avvento dello Smartphone e la diffusione dei social network hanno velocemente cambiato le abitudini e il pensiero anche degli italiani. 

Questi strumenti sono veri drivers dell’innovazione digitale e responsabili della rivoluzione dei media. Il telefonino rappresenta l’oggetto di culto e i social l’icona della disintermediazione digitale.

Non ci sono più filtri per l’informazione. Basta collegarsi e in tempo reale la notizia è alla portata di tutti, così come giudizi, critiche e manipolazioni.

Il consenso politico ormai è costruito più dalle capacità di moltiplicare i follower che dagli effettivi contenuti delle proposte e dallo spessore di politici e dei leader che le sostengono.

Insomma siamo in presenza di nuovi personaggi politici che hanno la capacità di spostare costantemente l’attenzione dei cittadini su argomenti e casi creati ad arte per non affrontare mai i nodi cruciali delle scelte di governo adeguate ai mezzi e alle utilità prospettiche del Paese.

Non a caso tutti i partiti hanno via via perso la capacità di presidio dei territori e di contatto diretto con l’elettorato, trasformandosi sempre più in comitati elettorali sia sul piano locale che sullo scenario nazionale.

A rimanerne penalizzato è stato però soprattutto il Pd che pur avendo ereditato una presenza capillare di militanza nelle città ha sviluppato le sue politiche in un’ottica attinente a logiche maggioritarie e bipolari. La volontà di tenere insieme concezioni e posizioni spesso diverse, sotto l’ombrello di presunti comuni valori è declinata anche grazie ai risultati del referendum costituzionale del 2016.

Oggi si è passati dal precedente movimentismo di piazza disseminatore di quel rancore trasformato in odio sociale, a movimenti attuali come le Sardine che seppur senza bandiere cerca di colmare l’incapacità della sinistra di mobilitare.

Non bastano pochi e semplici valori come la democrazia e l’antifascismo per evolvere queste masse a un consenso di alternativa di governo. Le riforme della giustizia, delle regole fiscali, della gestione del welfare e della infrastrutturazione del Paese sono terreno di scontro nella stessa area che si richiama al riformismo e al progresso.

Sempre secondo il rapporto Censis negli ultimi anni il Paese ha subito un fenomeno crescente di retrocessione dovuto all’analfabetismo funzionale di ritorno. Infatti non sollecitando per molto tempo tutte le attività acquisite in precedenza, come la lettura, l’informazione, la partecipazione, la creatività e lo sviluppo di un pensiero critico generale, gli italiani sono stati esposti all’immediatezza delle semplificazioni populistiche e quando tutto ciò innesca paure e sfiducia si diffonde la convinzione di scorciatoie ancora più pericolose. Purtroppo i dati prodotti dal Censis fanno presagire scenari inquietanti.

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