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SENZA BUSSOLA (di Gennaro Prisco) Caro Babbo Natale, non ti sopporto!!

Babbo Natale non ti sopporto da sempre. E più passa il tempo, più la mia avversione per te aumenta di intensità. Non finisce nemmeno agosto, ancora ci sono gli ombrelloni e i lettini aperti, ancora ci si soffia con il ventaglio e già compari tu, con quell’orrendo vestito rosso e quella finta barba bianca, seduto sulla ‘Poltrona Sofà’.

di Gennaro Prisco

Babbo Natale non ti sopporto da sempre. E più passa il tempo, più la mia avversione per te aumenta di intensità. Non finisce nemmeno agosto, ancora ci sono gli ombrelloni e i lettini aperti, ancora ci si soffia con il ventaglio e già compari tu, con quell’orrendo vestito rosso e quella finta barba bianca, seduto sulla ‘Poltrona Sofà’.

Secondo me, hai bisogno di uno psichiatra. Ed anche di uno buono. Magari su amazon.it, se lo cerchi, lo trovi.

Tu soffri di un disturbo ossessivo-compulsivo. Hai un’idea fissa, irrazionale, fai gesti rituali, ripetitivi. Devi curarti, caro mio. Se lo fai tu, lo facciamo anche noi che ti amiamo proprio perché soffriamo del tuo stesso disturbo.

Vogliamo consumare, vedere le luci d’artista, andare per piazze a fare beneficenza, riempire di giocattoli i bambini e fare regali, tanti regali, qualsiasi regali. Siamo bulimici, doniamo e riceviamo senza la gioia di donare e senza la riconoscenza per ciò che si riceve perché tu, faccione pacioso, sei divenuto un Rider aggiungendo a chi va a cavallo, in bicicletta, in motocicletta, anche chi va in slitta. Tu quanto prendi l’ora?

Tu porti, noi portiamo e il cristiano ha quasi dimenticato che la grandezza del Natale sta in una capanna e non in una suite.

Per mettere un po’ di freno a questo spreco natalizio, sono venuto a cercati. Sono stato prima a Bari, per vedere il luogo della tua fantasia religiosa e poi in Lapponia per parlare con te. A quattr’occhi, faccia e faccia. E non è stato facile. Per farlo ho dovuto legarti alla slitta, altrimenti non smettevi di riempire di cose inutili gli infiniti sacchi rossi con il bordo dorato sparsi ovunque, in mucchi coloratissimi, vicini alla slitta giusta nell’immensità dei tuoi alloggi.

Ti ho dovuto legare ad una delle slitte per poter essere ascoltato, in mezzo a tutte quelle letterine di finti desideri e di sogni compassionevoli, per lo più senza autenticità, che nella mia città vengono appesi sull’abete innocente, posto, suo malgrado, nella Galleria Umberto, al centro di un girone liberty infernale fatto di cartoni e coperte e corpi miserabili di quest’anno di grazia.

Non è come la tua immensa casa di balocchi e profumi, Napoli. Ma i napoletani sono come le tue renne, che proprio non ce la fanno a stare ferme, e sono sempre pronte a girare il mondo una, due, tre, cento, mille, un milione di volte e ancora di più, casa per casa per portare doni e il peso del Ciccione, così come noi napoletani portiamo allegria al capitale e alle favela della metropoli con i nostri crimini e la nostra malavita.

Comunque, ti ho slegato solo quando hai promesso che questo 25 dicembre 2019, oltre che a portare i tuoi balocchi prenderai ciò che devi portare in discarica per lo smaltimento. I tuoi sacchi rossi con il bordo dorato si svuoteranno e si riempiranno. Fallo, è una cosa buona, per te, per noi e per le renne. Mantieni la promessa, Se non vuoi che torno su e metto la tua slitta per sempre in un ecoballa.

Abbiamo tante cose da mandare al macero, qui. A Napoli, in Italia. Ogni casa sceglierà di cosa sbarazzarsi e tutti assieme ti consegneremo alcuni pacchi rossi con il fiocco, rosso anch’esso, che porterai via con te.

Se sentirai provenire dei lamenti dall’interno dei sacchi, non lasciarti commuovere, sono i lamenti dei politici improvvisati, quelli che hanno fatto carriera in nome o della rivoluzione o della restaurazione solo per promuovere sé stessi e i propri cerchi magici.

Portali in Lapponia con te, faticherai di meno a riempire i sacchi il prossimo anno e, forse, noi qui, la smetteremo di scegliere con la pancia i nostri rappresentanti, facendo vincere di volta in volta il peggio che c’è.

In quello che confezioneremo noi, ci metteremo dentro tutto ciò che non fa amare gli altri per quello che sono: persone, animali, essere viventi. Perché ciò che non va è questa idea prevalente che se non hai le palle non sei nessuno. Ed invece, sono proprio le palle l’abuso e il tuo albero di natale è pieno di palle colorate e brillanti assolutamente effimere come, ad esempio, le palle del nostro sindaco.

Cosa ti ho detto in Lapponia? Ti ho detto: se tu sei il “black friday“,  il “venerdì nero”, lo shopping natalizio, noi saremo il rosso relativo con la speranza nel cuore che torni ad essere l’elfo alto e magro che ha originato San Nicola per proteggere i bambini, tutti i bambini, non solo quelli che per fortuna sono nati viziati.

Ma come ci sei finito sulle bottiglie di Coca cola? In America? Tu che venivi dal nord dell’Europa? Da emigrante, dalla Britannia. E sì, siamo stati un continente i cui abitanti sono scappati dalla miseria, dalle dittature, dal razzismo, dalle guerre.

In Britannia eri un uomo grosso e barbuto che indossava un mantello verde ornato di pelliccia lungo fino ai piedi. 

Eri lo spirito della bontà del Natale descritto da Charles Dickens, nel racconto “Canto di Natale”. Eri, poi San Nicola si trasformò in Santa Claus per mano di Clement Clarke Moore che ti rappresentò come grassoccio, con la barba bianca e vestito con abiti rossi ornati di pelliccia bianca che arriva su una slitta trainata da renne con un sacco pieno di doni sulle spalle.

Da Moore alla Coca cola passarono molti decenni. Gli stessi che sono serviti all’occidente per farsi bollicine.

Poi il tuo faccione, negli anni trenta del secolo scorso fu usato per la pubblicità, da Archie Lee, e da lì ti sei evoluto fino alla clonazione nell’infinito universo dell’illusione al led e ti sei fatto arte con Sundblom, che ha creato tante versioni di te, dipinti che sono stati esposti al Louvre di Parigi, al Royal Ontario Museum di Toronto, al Museo della Scienza e dell’Industria Chicago, all’Isetan Department Store di Tokyo e il NK Department Store di Stoccolma.

Dunque, nei musei ci sei finito, il tuo l’hai avuto, adesso porta in dono un po’ di pace.

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