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Emergenza scuola, indagine Ocse-Pisa 2018: studenti italiani ‘zero’ in lettura e scienze

I risultati della ricerca Ocse-Pisa1 2018 sono sconfortanti, anzi una vera emergenza. Gli studenti italiani sono peggiorati rispetto ai loro coetanei in merito alle capacità di lettura e competenze scientifiche, nelle quali però zoppicano un po’ tutti in Europa

di Maria Rosaria Forni

I risultati della ricerca Ocse-Pisa1 2018 – che ogni 3 anni misura il livello di competenze delle nuove generazioni nelle capacità di lettura (e comprensione del testo), matematica e scienze – sono realmente sconfortanti.

La situazione appare emergenziale perché, come dimostra l’indagine che ha avuto grande risonanza mediatica proprio all’inizio di dicembre, gli studenti italiani sono peggiorati rispetto ai loro coetanei in merito alle capacità di lettura: ad esempio non riescono ad identificare l’idea principale di un testo di media lunghezza. Entrando ancora più nel dettaglio, l’Italia nella lettura ha ottenuto un punteggio inferiore alla media, ovvero 476 a fronte di 487 (Fig. 1), collocandosi tra il 23emo ed il 29emo posto tra i paesi Ocse.

Al contrario, si registra un miglioramento degli studenti in matematica. L’unico dato in linea con gli altri paesi è quello che riguarda le competenze scientifiche: qui zoppichiamo un po’ tutti.

Il report restituito soltanto qualche mese fa dall’esito delle prove INVALSI sembra dunque essere confermato. Soprattutto nel Mezzogiorno la lettura (intesa come comprensione e valutazione del testo scritto) è un dato estremamente negativo.

Chi scrive ha lavorato su questo fenomeno già diversi anni fa, all’epoca della prima indagine comparativa internazionale. Rispetto al ciclo del 2000, tutte le tipologie di istruzione (ad eccezione della formazione professionale) registrano un decremento delle competenze in lettura, in media meno 26 punti.

Allora vennero messe in campo iniziative, da parte dell’organismo centrale e degli uffici scolastici regionali, per formare dei gruppi di lavoro al fine di individuare le ragioni di queste carenze, indicando al contempo misure urgenti di azione per il miglioramento delle suddette competenze.

A scala locale, i gruppi di lavoro ai quali ho partecipato hanno prodotto una ricerca documentata attraverso dati statistici, che testimoniava come già al tempo gli alunni non riuscissero a comprendere, utilizzare, valutare, riflettere e farsi coinvolgere da un testo.

A partire da ciò, si scelse di intraprendere un percorso di formazione e di aggiornamento degli insegnanti, muovendo dai nodi critici della prima rilevazione attraverso un’autovalutazione sistematica delle pratiche professionali agite.

Il carattere partecipato del cambiamento, nonché il suo perimetro (individuato sin da subito nell’intero percorso di istruzione, dalla scuola elementare alla scuola secondaria) era testimoniato dalla denominazione che assunsero le azioni intraprese: “La scuola migliora la scuola”.

Già allora non ci sfuggiva il carattere, lungo e complesso, della sfida che avevamo davanti, anche perché il criterio esplicito di valutazione era quello dell’efficacia, ossia dei risultati reali conseguiti dagli allievi.

Il fatto che l’indagine attuale confermi non solo il divario tra tipologie di scuole ma anche il divario di genere e quello tra Nord e Sud del paese rappresenta un’ulteriore dimostrazione delle difficoltà sottese a queste problematiche, che ci erano peraltro già ben chiare quasi venti anni fa.

Al tempo la progettazione veniva ancora vista come un’attività separata dai reali bisogni degli alunni in carne ed ossa, inseriti in un determinato contesto sociale e territoriale, che già al momento del loro ingresso nella comunità scolastica sono portatori di un curricolo implicito.

Permettetemi di leggere un passaggio con il quale concludevo la parte della ricerca a me affidata: “ogni ipotesi di miglioramento è pervasiva e duratura solo quando è perseguita dall’organizzazione nel suo complesso (anche se è attivata da un singolo) e quando è vissuta dalle persone coinvolte come una sfida che mobilita la loro capacità di farne uso non solo individualmente ma come gruppo”.

L’elemento ancora più preoccupante, tuttavia, è un altro e va ben al di là di questioni che attengono alle capacità di lettura: l’immagine della scuola che emerge dall’ultima indagine OCSE-PISA è quella di un sistema sempre più diseguale, articolato su simili background socio-economici e culturali degli studenti.

Una situazione che diventa anche più allarmante nella nostra regione, alla quale servirebbe un nuovo modello di governance del sistema che coinvolga dalle scuole agli uffici ed ancora agli enti territoriali preposti, al fine di perseguire un’istruzione sempre più intesa come strumento di cittadinanza attiva e consapevole.

In tal senso, già a margine della prima rilevazione del 2000, le aree di miglioramento che emergevano come prioritarie in ciascuna delle tre discipline consentivano di confrontarsi con un’evidenza di fondo, che sembra valida ancora oggi: nella scuola l’innovazione può essere efficace solo se in grado di sviluppare un consenso non formale, promuovendo una modificazione significativa dei comportamenti professionali di tutti gli operatori, fondandosi su un cambiamento dell’intero processo di insegnamento-apprendimento e non sulla semplice introduzione di nuovi contenuti o nuove metodologie o tecnologie più avanzate.

Pertanto è auspicabile che si possa adire al più presto a condivisi protocolli d’intesa, tra tutte le scuole della Regione Campania, nell’ambito di ricerche congiunte per promuovere miglioramenti reali.

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