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Coronavirus, economia e lavoro al tempo della globalizzazione: intervista al notaio Giuseppe Cioffi

Eccessiva enfatizzazione dell’emergenza sanitaria, impreparazione della classe dirigente italiana a rispondere all’impatto dell’epidemia virale sull’economia, distribuzione delle risorse finanziarie squilibrata, provvedimenti a favore del tessuto produttivo del Paese assolutamente insufficienti e la prospettiva di un ‘day after’ dai contorni cupi. E’ l’impietosa e lucida analisi della drammatica situazione che stiamo vivendo di Giuseppe Cioffi, uno tra i più noti e apprezzati notai napoletani, esperto nell’ambito della consulenza nel settore immobiliare e societario, nella contrattualistica internazionale, la fiscalità alle imprese e le acquisizioni aziendali, che nella intervista concessa al nostro giornale ha senza mezzi termini bocciato la gestione della crisi da parte del governo nazionale e denunciato la voracità speculativa, anche in questo frangente, della finanza internazionale.

Intervista a cura di Peppe Papa

L’impatto dell’epidemia da Coronavirus promette di essere pesantissimo per l’economia del nostro Paese, ritiene che le misure varate dal governo siano sufficienti a mitigare il rischio di un possibile default?

Assolutamente no. Premesso che a mio avviso la gravità di questa epidemia è stata enormemente enfatizzata al di là di ogni evidenza scientifica (vedi l’intervista al dott. Stefano Montanari (https://youtu.be/tC84wONn1ZA), uno dei più grandi ricercatori mondiali di malattie da nano particelle, un genio che ci invidia il mondo intero), ritengo che il target di questa pseudo manovra sia stato del tutto disatteso.

In che senso?

La prima cosa da fare, una volta avuto chiaro che si trattava di un fenomeno mondiale, era la chiusura delle borse e degli spread per evitare le fortissime speculazioni che invece oggi stiamo vedendo. Il profondo distacco tra economia finanziaria ed economia reale che è uno dei mali peggiori dei nostri tempi, e la possibilità lasciata ai colossi finanziari di fare speculazione, produrrà dopo il day after un enorme povertà del tessuto produttivo della nostra società. In effetti stiamo dando la possibilità a chi è già straricco di acquistare a prezzi stracciati aziende e intere filiere commerciali.

Una prospettiva inquietante. I provvedimenti varati sembrano sbilanciati sul fronte del sostegno alla manodopera e poco o niente su quello imprenditoriale, condivide la necessità di correggere questa impostazione?

Lo scopo della manovra doveva essere quello di immettere liquidità o di lasciare liquidità a favore di quei soggetti che tengono in piedi il tessuto produttivo del nostro paese e cioè imprese, Pmi, artigiani professionisti per mantenere i livelli occupazionali pre-crisi.

Invece, cosa è successo?

Invece, tutti i dipendenti pubblici, compreso i nostri parlamentari, possono stare a casa, obbedendo così alle direttive sanitarie (molto discutibili), e continuare a ricevere lo stipendio e le indennità. Mentre tutti i dipendenti del settore privato, quelli che lavorano per le imprese (che hanno le commesse bloccate o annullate), quelli alle dipendenze delle Pmi o degli artigiani, che hanno dovuto interrompere ogni attività, quelli che lavorano negli studi professionali, mandati a casa senza sapere se conserveranno il proprio posto di lavoro, non hanno nessuna certezza di tornare a lavorare dopo l’esaurimento della cassa integrazione. Soprattutto quelli che lavorano per piccoli artigiani e professionisti, che sono l’ossatura portante del sistema produttivo. Dire ad un professionista o ad un artigiano che può pagare tasse e contributi dopo il ‘day after’ non è un aiuto, ma semmai una mazzata doppia, perché al momento opportuno costoro avranno doppie e triple scadenze fiscali. E come faranno a mantenere i livelli occupazionali pre-crisi?

Le risorse messe in campo finora le sembrano sufficienti?

Forse sarebbe stato opportuno, evitare di spendere soldi nei soliti mille rivoli che non producono alcun effetto economico reale e  concentrarsi solo sulla Sanità e su queste categorie produttive ad altissimo rischio default, per esempio annullando del tutto le scadenze fiscali durante l’emergenza, finanziando questa iniziativa in deficit (per una volta ben speso), oppure se vuole prevedendo un piano di rimborso spalmato su molti anni (cinque, dieci, quindici) e obbligando questi soggetti ad utilizzare la liquidità messa a disposizione per mantenere i livelli occupazionali precedenti la crisi: pagare gli stipendi, insomma.

L’attuale classe dirigente le appare all’altezza della situazione?

La nostra classe politica è figlia delle maldestre politiche dei decenni passati. Zero investimenti su scuola, università, ricerca; metà dei nostri parlamentari forse non ha nemmeno una laurea, le decisioni politiche dell’ultimo decennio sono state prese e vengono tutt’ora prese sulla base dei like che questo o quel provvedimento hanno sui social. Manca quindi del tutto una visione strategica del paese a lungo periodo e questo purtroppo produce danni enormi. Le faccio un paio di esempi, uno riferito al passato ed uno più recente riferito all’ultima legge di bilancio.

Prego.

Lei ricorderà certamente il referendum sul nucleare; ebbene noi abbiamo affidato il destino della politica energetica nazionale, settore altamente strategico, al voto di contadini ed operai, molto influenzabili e poco informati sulle ricadute di quel voto, sapendo benissimo che tutti gli stati confinanti con l’Italia, già avevano il nucleare e che un incidente in una qualsiasi di quelle centrali avrebbe coinvolto anche il nostro paese (su Cernobyl siamo solo stati molto fortunati). Quanto ci è costato restare all’energia a carbone?

Un errore dunque l’addio al nucleare. Poi?

Nell’ultima manovra poi, si è enfatizzata la scelta green del nostro paese, ma quali investimenti sono stati programmati in questo settore? Hanno detto viva le auto elettriche, bene, ma sessanta milioni di cittadini come le dovrebbero ricaricare? Si continuano a criminalizzare gli inceneritori, senza saper che oggi sono assolutamente green e che in molti paesi l’energia prodotta attraverso questi viene sfruttata per eliminare le caldaie a gas negli appartamenti; potrei continuare.

Ritorna il punto: è dunque un problema di personale politico e delle sue scelte?

Sì, certamente abbiamo un problema di qualità della classe dirigente. Chi governa mediamente lo fa per mestiere e decide, senza conoscere minimamente il tessuto produttivo reale, i problemi veri delle persone, decide guardando numeri e statistiche. Ma temo che finché la politica sarà un mestiere tutto ciò non cambierà.

L’impressione è che le attuali difficoltà nell’affrontare la crisi vengano da lontano, il 2019 si è chiuso con un aumento del 79 per cento nel ricorso agli ammortizzatori sociali che hanno coinvolto 392 aziende per un totale di 17.288 dipendenti, l’attuale emergenza dunque si è scaricata su un corpo già fortemente debilitato. Una realtà drammatica, non trova?

Senza dubbio, nei fatti eravamo già in recessione e visto il blocco, l’annullamento, il rinvio di tante attività, le conseguenze economiche saranno disastrose.

Una prospettiva nefasta.

Sarà temo, una crisi lunga e radicale anche se fare previsioni non si può. Mancano infatti gli strumenti. Siamo di fronte ad un fenomeno senza precedenti, figlio di una globalizzazione che è avvenuta in tempi rapidi e violenti (ci è stata sostanzialmente imposta), ma finché l’economia reale sarà ostaggio delle speculazioni di quella finanziaria, le cose non potranno cambiare.

Cosa fare?

Bisogna riportare al centro delle politiche le persone e non i beni o la finanza. Ed è proprio quello che manca all’Europa così come è oggi concepita. Il mondo poteva scegliere tra due visioni economiche di fondo: la prima, che sostanzialmente sosteneva che non basta che a valle il prezzo di un prodotto sia giusto, perché espresso tra l’incrocio di domanda e offerta, ma è necessario che sia giusto a monte il sistema di produzione. La seconda visione invece, ispirata dalla finanza, sostiene che non servono regole per l’economia, ma regole solo per la finanza, non per ridurre massa e velocità degli scambi ma solo regole per potenziarne i freni.

Sembra si sia imposta la seconda, lasciar fare al mercato.

Nel 2009 ha vinto la finanza che poi ha finanziato la globalizzazione avvelenata e gonfiata che sta mettendo in ginocchio le economie reali di molti paesi. Il tutto senza regole e paracaduti per lavoratori e cittadini. La soluzione dunque sono le scelte politiche che si faranno, ma la politica dovrà avere la forza di non agire per delega della finanza, e di non cedere potere agli organismi finanziari. Occorre dunque una classe politica di elevata qualità culturale e anche e soprattutto morale ed etica.

Alcuni governatori, in particolare quelli delle regioni del nord le più colpite dalla pandemia, hanno chiesto maggiori restrizioni fino a prospettare la chiusura di tutti i cantieri, degli uffici e studi professionali, oltre a nuove limitazioni degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali, comprese quelle alimentari. Hanno ragione, o stanno esagerando?

Temo che non ci siano porte chiuse che bastino per fermare la diffusione di questo virus che, non dimentichiamolo è un coronavirus, anche il raffreddore o l’influenza lo sono, e non c’è immunizzazione che tenga. Fermare il Paese, sarà peggio che contare i decessi (che non avvengono per via diretta del virus). Perché non contiamo anche i decessi dovuti all’influenza?

Prima o poi ci lasceremo alle spalle l’emergenza sanitaria, come ne usciremo? C’è il rischio secondo lei di una ricomposizione dell’ordine mondiale su altri capisaldi? E quali?

Non sono in grado di rispondere. Vedo però che qualcosa in Europa sta cambiando. La sospensione del Patto di stabilità è l’unica nota positiva in questo momento. Quello che so è che una federazione di Stati ha senso solo se fondata su un vincolo solidaristico, altrimenti non serve ai cittadini, ma alla finanza.

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