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Medici di base allo sbaraglio, Peppe Russo: post pandemia, “nessuno potrà farla franca”

L’emergenza sanitaria sta mettendo a nudo le virtù e i difetti, la forza e le fragilità del Paese. La certezza è che, quando tutto sarà finito sperando senza sconquassi, niente sarà come prima e “nessuno potrà farla franca“. Intervista all’ex capogruppo del Pd nel consiglio regionale della Campania e medico di base nel difficile quartiere napoletano di Ponticelli, Peppe Russo.

Intervista cura di Peppe Papa

Dopo quello che sta succedendo, niente sarà più come prima, “nessuno può pensare di farla franca”. Peppe Russo, ex capogruppo Pd nella precedente legislatura del consiglio regionale della Campania, ritornato da qualche anno a tempo pieno alla sua professione di medico di base a Ponticelli, uno dei quartieri ‘difficili’ a est di Napoli, non ha dubbi circa gli effetti che la pandemia del Covid-19 ha prodotto e determinerà nel sistema Italia, oltre che a livello globale.

Il Paese – dice – ha scoperto i propri limiti, non è stato più possibile nasconderli, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha reso esplicite le sue virtù e i difetti, la sua forza e le fragilità. Le cose adesso sono più chiare”.

Il governo si è mosso in ritardo? L’apparato sanitario nazionale sembra sia stato preso alla sprovvista, travolto dall’onda violenta dell’epidemia scatenatasi in Cina.

L’esecutivo si è mosso sulla scorta degli avvenimenti che man mano si presentavano. C’è stata una prima fase di chiara sottovalutazione di quello che stava accadendo, poi resisi conto della gravità della situazione sono corsi ai ripari in maniera repentina, ma con approssimazioni successive.

Il risultato è stato di una gradualità dei provvedimenti che non ha giovato nell’azione di contenimento della diffusione del virus, fino alla capitolazione e successiva proclamazione del cordone sanitario che ha costretto tutta la popolazione a rimanere chiusa in casa.

Hanno toppato è evidente, c’erano tutti i segnali a livello globale per comprendere quello che stava succedendo, intervenire subito in maniera energica, come poi sono stati costretti a fare, avrebbe naturalmente creato una serie di problemi a livello sociale e economico, perciò hanno palleggiato finché gli è stato possibile.

Almeno in un primo momento la confusione è apparsa abbastanza palese e anche in seguito le cose non è che siano andate nel migliore dei modi.

Il problema più grande a mio avviso è stata la mancanza della centralizzazione e la difficoltà di mediazione con le regioni, un dramma che sottende la mancanza di un sistema sanitario nazionale omogeneo. Sarebbe servito un commissariamento delle sanità regionali. Sono del parere, e questa contingenza lo dimostra, che la sanità debba ritornare ad essere una materia di esclusiva competenza dello Stato centrale.

Lei dopo una lunga esperienza nella politica attiva è ritornato al suo lavoro di medico di famiglia, un ruolo mai come in questo momento di prima linea, la stragrande maggioranza dei suoi colleghi hanno denunciato però di essere stati tenuti in scarsa considerazione, abbandonati a sé stessi. E’ d’accordo?

Non aver fatto tamponi seriali, è stato fatto notare dagli esperti, ha comportato un’accelerazione dei contagi non essendo riusciti a identificare gli asintomatici, dati che messi in rete coinvolgendo i laboratori pubblici e privati avrebbero sicuramente aiutato alla comprensione del fenomeno e ad arginarlo. Non si esclude, inoltre, che il ricorso eccessivo all’ospedalizzazione sia stato uno dei fattori principali del contagio che si è diffuso proprio in quei luoghi. E’ ovvio che il nostro lavoro sarebbe servito sicuramente ad assicurare uno screening più esteso, come la circostanza imponeva, potendo praticare i tamponi non solo ai casi sospetti ma anche ai loro familiari e soggetti prossimi. Invece siamo stati lasciati soli, costretti, da una macchina obsoleta, ad operare senza i kit necessari e addirittura privi di protezioni vitali per la salute personale e dei nostri pazienti.

Crede che sia tardi per porvi rimedio?

La questione non è ancora chiusa, il fattore tempo è fondamentale, se si dovesse protrarre l’emergenza la situazione diverrebbe disastrosa.

In Campania la situazione non sembra ancora precipitare, De Luca usa l’arma del terrore per tenere la gente in casa.

Il governatore sa bene che la sanità regionale non sarebbe in grado di affrontare una esasperazione dell’emergenza perciò usa il pugno duro al limite delle sue prerogative. Non so per quanto possa reggere tenere bloccata “l’economia del vicolo” che rappresenta la risorsa principale per miglia di famiglie napoletane che potrebbero, sprezzanti del pericolo, dare vita a plateali rivolte. Perciò, ribadisco, la lotta contro il tempo è cruciale.

Un problema di ordine pubblico significherebbe davvero giungere al punto di non ritorno con devastanti conseguenze.

Per questo, discutere come affrontare la riorganizzazione della sanità sperando di uscire indenni da questa spaventosa contingenza, riguarda la politica nazionale nel suo insieme, se non ne sarà capace verrà travolta. Nessuno può pensare di farla franca.

2 Comments

  1. Micciché Salvatore ha detto:

    Sono daccordissimo con il mio amico Giuseppe Russo a noi servono uomini come te al governo caro amico mio qui al sud ci vogliono subito dei provvedimenti seri prima essere travolti da tutta questa situazione di emergenza che stiamo attraversando spero che questi signori che ci governano si diano una mossa e non a perdere tempo a litigare tra loro.

  2. Carlo Iannotti ha detto:

    La Sanita’ deve tornare a curare i malati. Basta al suo uso politico per controllare i voti sul territorio attraverso carrozzoni ed apparati costosi inutili ed autoreferenziali (asl, saniarp). Fuori i politici. Le asl debbono essere abolite. La sanita’ centralizzata. Il titolo V abolito. Burocrazia cancellata. Noi medici lo diciamo da anni. Chiediamo aiuto ai cittadini

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