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jean-Michel Basquiat

Il virus, il dolore, le sofferenze, la morte. Il racconto di questi giorni ci consegna un dato indiscutibile: abbiamo esaurito le parole. Forse è arrivato il momento di rimettere al futuro ogni giudizio storico su ciò che stiamo vivendo.

di Giuseppe Longo

Leggendo gli articoli e i racconti di questi ultimi giorni emerge un dato che purtroppo appare indiscutibile.

Abbiamo esaurito le parole. 

Abbiamo raccontato le nostre paure cercando di esorcizzarle, narrato di solidarietà e orgoglio nazionale, riscoprendo valori sino ad oggi sopiti ai quali si è dato rinnovata dignità.

Si è immaginato una nuova umanità, cercando affannosamente di spiegare ciò che potrebbe accadere, utilizzando ricette economiche tendenti ad  auspicabili forme di felicità.

Abbiamo narrato della nostra solitudine, del bisogno mai confessato dell’altro, cercando di convincerci che nessuno, come ripetiamo da giorni, si salva da solo.

Ci siamo forse convinti che i muri che abbiamo eretto a tutela del nostro esistere sono stati frantumati dal piccone della morte, che ha abbattuto ogni inutile tentativo di protezione, mostrando tutta la nostra drammatica fragilità.   

Abbiamo lanciato invettive, espresso giudizi, condannato in provvisorie corti personali politici presenti e passati, per ciò che sapevamo e di cui abbiamo taciuto.

Abbiamo ridotto il nostro vocabolario all’utilizzo di termini quali tampone, picco, quarantena , che ormai fanno parte del nostro lessico famigliare.

Ma le parole con le quali ognuno di noi ha cercato di trasmettere tutte le pulsioni dell’animo che in questi giorni tracimano vorticosamente, appaiono  come risucchiate  in un baratro senza fine, confuse le une con le altre.

Oggi sembra che tutto ciò che si poteva dire sia già stato raccontato, e che forse è arrivato il momento di rimettere al futuro ogni giudizio storico su ciò che stiamo vivendo.

La vera sfida che ci attenderà non è legata a come saremo stati in grado di costruire un mondo economicamente più virtuoso, ma di quanto saremo stati capaci nell’ aver fatto nostro, non solo la disperazione di questi giorni, ma ogni lutto che funesta il quotidiano vivere, spesso purtroppo consegnato ad un freddo e spietato conteggio.

Se tutto ciò avverrà allora avremo capito il vero significato storico di questi tempi, anche se saranno ancora presenti nella passione e dolore del nostro animo, cicatrici profonde che faticheranno a rimarginarsi.

Se saremo stati capaci di comprendere ci interrogheremo serenamente – senza i pregiudizi e falsi miti dei giorni vissuti –  su ciò che è rimasto nelle coscienze di ognuno di noi, su cosa siamo stati capaci di tramandare non solo del durevole e quotidiano vissuto di questi giorni, ma cosa ci sentiremo ancora di trasmettere a chi non li ha abitati.

Se saremo stati partecipi veramente di quel collettivo esame di coscienza al quale nessuno credo potrà sottrarsi, ci potremo svestire dall’oscurità della tonaca di Don Abbondio e ergerci, dalle rovine di questa peste, nel saio di Fra Cristoforo, altrimenti vivremo nel rammarico avvilente di non essere stati degni del grave monito che ci sta giungendo.

Perché sia chiaro che noi tutti indistintamente saremo convocati dinnanzi all’inappellabile giudizio di coloro che ci hanno lasciato in questi giorni, obbligati come in un ideale tribunale invisibile  a render conto non solo degli errori – nostri o altrui non importa – ma soprattutto su quali fondamenta avremo costruito il nostro futuro.

Ogni defunto di questi giorni entrerà nella nostra vita, farà parte indissolubile del nostro spirito divenendo una presenza silenziosa e vigile, sentinella del nostro futuro agire con la quale in ogni istante e momento futuro la nostra coscienza dovrà fare i conti e dai quali tutti verremo giudicati per l’oggi e il domani.

Solo quindi se avremo estirpato dalle nostre esistenze il bestiale morbo dell’individualismo, svellendo dal nostro cuore il groviglio di serpi che lo hanno spesso offuscato e spezzando le catene che ci hanno reso schiavi di una società egoista, si potrà dare un significato e una ragione rasserenatrice alla loro dipartita e non farli morire per sempre.

E così nel rispetto di chi ha ci abbandonati potremo vivere il futuro con la autentica felicità della quale abbiamo e avremo bisogno.

E ora cali il silenzio

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