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Conte, il governo e la pandemia: l’uomo della ‘provvidenza’ di un Paese immobile

Un Paese sempre uguale a sé stesso incapace di cambiare, anche dopo aver sopportato il peso della peggiore emergenza sanitaria degli ultimi cento anni, che si stringe intorno al suo nuovo uomo della provvidenza tributandogli una messe di consensi degna di un grande statista. Non resta altro sperare che passi.

di Peppe Papa

Il premier Giuseppe Conte, l’auto nominatosi “avvocato del popolo”, non se lo aspettava proprio un successo tanto largo e condiviso, quando appena tre mesi fa, poco prima che scoppiasse la pandemia da coronavirus, era appeso a un filo e fatto oggetto di un tiro al bersaglio da parte di amici e nemici pronti a buttarlo fuori da Palazzo Chigi.

Invece le cose sono andate diversamente, hanno preso una piega per lui inimmaginabile ed è rimasto al suo posto a difendere il fortino dell’Italia immobile guardata con sospetto dai suoi partner europei.

Al netto di quanto è successo in questo periodo di obbligata quarantena e dei conseguenti provvedimenti imposti dal governo da lui presieduto che hanno messo a dura prova la resilienza dei cittadini e le loro libertà garantite dalla “Costituzione più bella del mondo” senza che nessuno fiatasse, nulla è cambiato.

Il M5S, primo partito italiano e suo principale sponsor, si dibatte finché dura tra divisioni interne, calo di consensi inarrestabile, il capo comico fondatore Beppe Grillo scomparso dalla scena, un leader ombra, Luigi Di Maio a provare di non far danni alla Farnesina e il movimentista Alessandro Di Battista, tornato dai suoi viaggi esotici, a sbracciarsi nel tentativo di farsi notare per ‘riprendersi’ il movimento e dare un senso al proprio futuro.

Il Pd, la seconda gamba dell’esecutivo, con il suo impalpabile segretario, Nicola Zingaretti che vaneggia di nuove frontiere da conquistare e appelli alla correttezza politica come condizione necessaria a non turbare l’azione di governo, persegue il fine di mantenere stabile il consenso di cui gode nei sondaggi e non provocare choc politici di cui si potrebbe pentire.

L’assicurazione, insomma, a perpetuare la vocazione al ministerialismo che tanto piace al proprio apparato dirigente. Alla sua sinistra LeU, cui non fa difetto la stessa aspirazione, contenta dello strapuntino che si è riuscita a ritagliare e pronta a far ritorno alla “casa madre qualora le cose dovessero volgere al peggio.

Poi c’è Matteo Renzi con Italia Viva, convitato scomodo dell’esecutivo giallo-rosso, l’unico che sembra avere qualche idea in grado di stimolare il dibattito politico, ma che non gode delle ‘simpatie’ delle élite intellettuali e finanziarie che tirano le fila del potere in Italia beneficiando dei privilegi che le derivano dallo status quo.

Sempre sul punto di staccare la spina al governo sa che rappresenterebbe un salto nel vuoto che potrebbe costagli caro, senza essere riuscito nel frattempo a costruire un solido legame con il territorio tale da permettergli di dotarsi del consenso necessario per lanciare la sfida alla leadership nazionale, l’unica cosa la quale sembra interessargli.

Infine, l’opposizione, priva ormai di voce in capitolo, nonostante i sondaggi che ancora le sorridono, ma alle prese con un partito, la Lega, guidato da un “avventuriero politico” (cit. Mario Rodriguez, Linkiesta) Matteo Salvini detto il Capitano, incalzato dalla ‘promessa’ della destra pura e dura di Giorgia Meloni con il suo Fdi e l’immarcescibile Silvio Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, i quali tutti insieme al momento non rappresentano alcuna preoccupazione salvo imprevisti.

Restano le forze sociali, anche esse immutabili nelle loro prerogative. Imprenditoria apatica poco propensa agli investimenti e all’innovazione, sindacato combattuto tra nuovi “modelli di sviluppo” e sussidi indiscriminati. I giovani fermi al palo, formazione e ricerca idem, pensioni intoccabili e immigrati senza diritti che rappresentano il moderno sottoproletariato.

In questo quadro ci voleva poco a diventare, suo malgrado, il salvatore della patria. E così è stato per Giuseppe Conte, l’uomo giusto al momento giusto. Non resta altro sperare che passi.

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