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Egitto, il dittatore Al Sisi tortura la meglio gioventù egiziana

Nuova sparizione in Egitto: Hani Mustafa, youtuber seguito da più di 200mila persone, da domenica risulta scomparso

di Alessandra Fabbretti (Agenzia Dire)

ROMA – “Chi è? Ditemi chi siete, non apro la porta agli sconosciuti”. Lo ha ripetuto più volte Hany Mustafa prima di dover cedere e aprire la porta di casa a uomini che erano sul punto di abbatterla.

Mustafa, noto come Amou Hany (“zio Hany” in dialetto locale), è uno youtuber egiziano. Sul suo canale, a cui sono iscritte 237.000 persone, pubblica video in cui tratta con ironia temi d’attualità come la vita di coppia o i rapporti tra amici. Ma da domenica di lui si è persa ogni traccia, come riferiscono fonti locali all’agenzia Dire. L’influencer, come confermano diversi siti locali di informazione, sarebbe stato arrestato dai servizi di sicurezza egiziani. A dimostrarlo sarebbe un video che circola dal 3 maggio sul web.

Quel giorno, sentendo bussare con forza alla porta, Mustafa ha attivato una diretta su Facebook: nel video – l’ultima traccia che amici e familiari hanno di lui – si sente il giovane chiedere più volte agli uomini di rivelare la propria identità. Quelli non lo fanno e non rivelano neanche il motivo per cui vogliono entrare. Mustafa allora si finge un’altra persona, Ahmed, ma il gruppo non desiste e i colpi alla porta si fanno sempre più forti. Alla fine lo youtuber apre e nei pochi secondi che restano prima che il video venga interrotto si sente il ragazzo spiegare che lavoro svolge.L

Stando alle fonti della Dire, le modalità dell’irruzione testimoniate dal video e il fatto che di lui non si abbiano più notizie suggerirebbero che Mustafa sia stato arrestato dall’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa). Ad oggi, come confermano le stesse fonti, non si conoscerebbero quali capi di accusa siano stati mossi contro lo youtuber né dove sia tenuto.

In Egitto le organizzazioni per i diritti umani denunciano una stretta alla libertà di espressione da quando, nel 2013, è salito al potere il presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Da allora si sarebbero moltiplicati arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate a danno di manifestanti, dissidenti politici, giornalisti, attivisti o semplici intellettuali.

Nel mirino della Nsa, i servizi segreti egiziani, non finirebbero solo voci critiche contro il governo ma anche artisti o, come nel caso di Mustafa, giovani divenuti famosi grazie ai social, accusati di diffondere messaggi immorali che attentano ai valori tradizionali della nazione. E’ ciò che sosteneva un articolo apparso a febbraio sullo storico quotidiano Al-Ahram sul fatto che Youtube è stato definito “una forma alternativa di terrorismo che insegue l’Egitto”. Nell’articolosi riferiva quindi della richiesta, sollecitata dall’Nsa, di sottoporlo a “censura”.
“Abbiamo raccolto svariate testimonianze di persone che riferiscono di arresti avvenuti in casa, all’improvviso, senza mandato d’arresto o di perquisizione” ha dichiarato Giulia Groppi, responsabile di Amnesty international, intervenendo in settimana alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. “Le persone vengono portate via anche bendate – ha continuato Groppi – e vengono sequestrati smartphone, tablet e altri oggetti personali. Se ci sono persone in casa che assistono all’arresto, viene intimato loro di non parlarne”.

Chi viene arrestato dall’Nsa, secondo la responsabile Amnesty, “finisce nelle stazioni di polizia o negli uffici del ministero dell’Interno. Le persone non vengono iscritte nel registro dei detenuti quindi ufficialmente non risultano in mano alla polizia. Possono restare in questa situazione per pochi giorni o settimane, nei casi più gravi anche per mesi e ci è stato riferito che durante questo periodo capita che subiscano torture o violenze di vario genere”.

In questo, secondo Groppi, un ruolo di primo piano è svolto dalla Procura suprema. “Un soggetto che non è indipendente dal potere esecutivo dato che i procuratori sono nominati dal presidente” sottolinea l’esperta. “Il principale strumento della Procura suprema è quello della detenzione preventiva che per legge dovrebbe durare al massimo 150 giorni, ma a volte supera i mille”.

Una situazione in cui si trova Patrick George Zaki, l’attivista e ricercatore egiziano dell’Università di Bologna di cui si è più volte occupata la stampa italiana e che si trova in carcere in attesa di giudizio già da oltre 90 giorni.

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