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Il dj Bonafede, salvo: Renzi e “la mossa del cavallo” azzoppato

Il voto al senato per la sfiducia al Ministro Alfonso Bonafede mette in risalto ancor di più le contraddizioni di un’alleanza di opportunità che si sorregge solo per la speranza di affrontare e risolvere l’emergenza virale ancor più di quella economica. Il rischio per il governo giallo-rosa non viene dalle aule parlamentari, ma dalla rabbia sociale che giorno dopo giorno sta crescendo nel Paese.

Editoriale di Gaetano Piscopo

Nel linguaggio politico e giornalistico la mossa del cavallo significa non solo lo spostamento a L sulla scacchiera dello scenario politico, ma anche, in senso figurato, una iniziativa abile e inattesa che permette di liberarsi da un impedimento o di uscire da una situazione critica.

Questa dicitura è anche il titolo del nuovo libro che Matteo Renzi presenterà a inizio giugno. Questo significato si identifica nella sua abilità a potersi smarcare dalla stretta di alleanze che snaturano l’essenza e l’esistenza di quell’humus politico e culturale che lui ha rappresentato prima nella scalata ai vertici del Pd, poi nella scissione che ha originato Italia Viva.

Il voto contro la mozione di sfiducia ad un ministro della Giustizia da sempre contestato nelle sue azioni e nei suoi provvedimenti ha creato non pochi dissapori nella base del nascente partito.

Il discorso del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede nell’aula del Senato non ha sciolto nessuno dei nodi posti da Italia Viva per determinare la scelta del voto e l’intervento di Renzi ha sottolineato esattamente le motivazioni di una scelta sancita solo con il ricatto elettorale messo in atto dal premier, Giuseppe Conte e dal Pd con le dichiarazioni di Graziano Delrio.

Una scelta difficile quella di Italia Viva additata come possibile responsabile di una crisi di governo in un momento delicato per l’attuazione delle misure emergenziali post serrata.

Nessuno si meraviglia che Conte, il M5S e il Pd avrebbero attuato questa tecnica per evitare fibrillazioni nel governo. La delusione è negli aderenti al nuovo partito di Renzi che consapevoli di non potersi assumere la responsabilità di una crisi al buio avrebbero preferito evitare annunci di distinguo che lasciavano presagire una diversa opzione.

Il rischio è che “la mossa del cavallo” in questo caso si sia trasformata in un “cavallo di ritorno”.

Nell’opinione pubblica non è passata l’idea di una assunzione di responsabilità da parte di Italia Viva, ma di un gesto di opportunità ricambiato con nuovi incarichi all’interno dell’esecutivo.

Una morsa da cui Renzi deve prendere le distanze se vuole dare credibilità al suo movimento politico e magari continuare a sostenere questo governo nelle scelte emergenziali anche rinunciando ad incarichi di governo visto che, all’ombra di una simile alleanza, non ha opportunità di crescita nei consensi.       

Al leader di Rignano va riconosciuta l’abilità di aver avviato una stagione di speranza che con la rottamazione ha rappresentato il primo argine alla crescita del populismo giustizialista pentastellato dieci anni fa, ma va imputato l’errore della smania di bruciare le tappe con una ascesa rapida che lo ha fatto impantanare. Sia ai vertici del Pd che alla guida del governo cui aveva dato vita – sostenuto da un’alleanza con i picconatori conservatori del suo stesso partito –  vanificandone il successo.

L’estate scorsa è stato, a sorpresa, protagonista della nascita dell’attuale alleanza di governo e subito dopo si è smarcato dai Dem facendo nascere un nuovo partito con l’adesione di tanti che hanno riposto in lui l’impegno di costruire una nuova casa per riformisti, liberali e democratici.

Un percorso rallentato non solo dall’isolamento determinato dal Covid 19, ma soprattutto da una coalizione di potere che tra scelte erronee e continui annunci non corrisposti nella realtà, ne minano le possibilità di successo.

Non basta il suo valore per sopperire a tutte le difficoltà di avvio del nuovo soggetto politico, ma ha l’obbligo di porsi come promotore di una più larga sintesi e del radicamento di un partito che non può essere la ripetizione di tante esperienze fallimentari del passato.   

Oggi è lui stesso ad ammettere di essersi costruito un’aura negativa al punto da fargli dire che non concorre “per la vincita del premio simpatia”. Ma non è alimentando la nomea di antipatico che può permettergli di conquistare un più largo consenso.

Non può permettersi di perdere per strada chi lo ha sostenuto anche nei momenti difficili e allo stesso tempo non può immaginare di costruire il radicamento del suo partito sui territori con operazioni trasformiste e di cartello per la smania di conquistare più facili fette di consenso.

Tantomeno può abbandonare il coraggio identitario per scelte solo di opportunità. Sarebbe la ripetizione di errori già commessi nel suo vecchio partito.

Italia Viva può attecchire nel consenso sia nella vasta area del non voto che nel campo dei moderati, dei liberali e dei riformisti spogliati dalle incrostazioni nostalgiche del passato, solo se saprà allargare il suo orizzonte ed essere protagonista di una reale attrazione per le tante componenti moderate della scena politica italiana. Avendo una chiara visione di prospettiva e di modernizzazione del Paese e una coerente scelta del suo gruppo dirigente formato e cresciuto nei propri valori fondanti.   

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