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Povertà e lavoro, Corte dei Conti: “Reddito di cittadinanza, un flop”

La bocciatura della magistratura contabile dello Stato arrivata con il “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”. Fallimento sul fronte della ricerca lavoro: “Nessuna maggiore vivacità dei centri per l’impiego e appena il 2% di occupati”. Risultati insoddisfacenti anche nella lotta alla povertà con lo “sbilanciamento del sussidio” sui single a danno di famiglie numerose e con disabili, dei migranti e i senza fissa dimora

di Peppe Papa

Era il 27 settembre del 2018 quando da un balcone di Palazzo Chigi, al termine del consiglio dei Ministri che aveva trovato l’accordo sul Def del primo governo Conte quello giallo verde, Luigi Di Maio insieme al suo manipolo di ministri del M5S, pugni al cielo annunciava, a una folla di parlamentari lì sotto convenuti con bandiere e striscioni: “Oggi abbiamo abolito la povertà”.

Due anni dopo è la Corte dei Conti a riportare sulla terra il vice premier di allora e attuale ministro degli Esteri, sentenziando che il Reddito di cittadinanza, il provvedimento che avrebbe appunto dovuto mettere una pietra tombale sopra l’indigenza di milioni di italiani, non ha funzionato producendo solo “risultati largamente insoddisfacenti”.

Così a più di un anno dalla sua entrata in vigore, con numeri, grafici e tabelle, la magistratura contabile nel suo “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”

https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/RappCoord/RappCoord2020

ha fatto in ‘mille pezzi’ il provvedimento simbolo dei Cinque Stelle, la promessa principe che gli aveva fatto vincere le elezioni proiettandoli nel palazzo del potere.

Una bocciatura in piena regola, sia sul fronte del sostegno al reddito, pur se con qualche impercettibile miglioramento rispetto al precedente ‘Reddito di inclusione’, che su quello della ricerca di occupazione.

L’obiettivo dichiarato nella relazione tecnica di accompagnamento al sussidio puntava a far emergere dalla condizione di miseria 1,8 milioni di famiglie per un totale di 5 milioni di persone, un risultato secondo i giudici solo “parzialmente raggiunto” e senza per altro disporre “una copertura completa” lasciando moltissime fasce di popolazione scoperte.

Insomma, l’ipotesi in attesa dei dati Istat definitivi è che il tasso di povertà tra il 2018 e il 2019 sia sceso dal 8,4 al 6,9 per cento, ma la misura ha riguardato soprattutto le famiglie composte da una sola persona (il 39%) a fronte di appena il 24% di quelle numerose e con la presenza di disabili, oltre a uno scarso livello “di coinvolgimento delle famiglie con cittadinanza diversa da quella italiana” (meno del 6%, nonostante l’Istat certifichi che il 31% di questi sia in condizioni di povertà assoluta) e di “inclusione di persone senza fissa dimora”.

Gli strali principali della Corte dei Conti però sono arrivati sulla parte del Reddito di cittadinanza che più inorgoglisce i vagheggi dei Pentastellati, quella relativa alla ricerca di un lavoro per i percettori del sostegno promossa con l’assunzione a luglio scorso, attraverso l’Anpal (l’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro) guidata dall’evanescente professore del Mississipi, Mimmo Parisi fortemente voluto proprio da Di Maio, di 3000 navigator con il compito di supportare a tal fine gli “obsoleticentri per l’impiego (Cpi).

Ebbene, i giudici scrivono che “non sembra riscontrarsi una maggiore vivacità complessiva dell’attività dei centri per l’impiego e una crescita del loro ruolo nell’ambito delle azioni che si mettono in campo per la ricerca del lavoro”. I numeri a questo proposito sono impietosi.

Secondo il Rapporto solo il 23,5% della forza lavoro nel 2019 ha cercato un’occupazione tramite i centri per l’impiego e, questo il dato più sconfortante messo in risalto, poco più del 2% ha trovato lavoro tra il terzo trimestre 2018 e il terzo trimestre 2019 tramite i Cpi.

Per di più, nella ricerca occupazionale continuano ad avere un ruolo predominante in Italia i canali informali, vale a dire, oltre le agenzie interinali private che hanno registrato un aumento della committenza di un punto percentuale rispetto al 2018, parenti, amici e conoscenti soprattutto nel Mezzogiorno.

Secondo quanto comunicato da Anpal, viene ricordato nella relazione della Corte, “alla data del 10 febbraio 2020, i beneficiari del Rdc che hanno avuto un rapporto di lavoro dopo l’approvazione della domanda sono 39.760”. Come previsto dalle norme, entro quella stessa data sarebbero stati tenuti a recarsi nei centri per l’impiego 908.198 beneficiari. Quelli effettivamente convocati invece sono stati 529.290, il 58% del totale, e di questi si è presentato solo il 75%. In totale, sono stati sottoscritti 262.738 patti di servizio, di cui solo il 33% sono stati convocati per un secondo appuntamento.

Una considerazione finale riguarda poi un aspetto, tra l’altro già sottolineato insieme a perplessità e critiche come quelle di quest’anno nel precedente Rapporto del 2019, relativo alla commistione di obiettiviche rispondono a logiche diverse e richiedono approcci diversi” tra lotta alla povertà e politiche attive per il lavoro. Due percorsi la cui “distinzione è cruciale” e che denota in definitiva l’approssimazione con cui è stato concepito l’intervento normativo e che le evidenze ad oggi disponibili “sembrano confermare”.

Pertanto i togati dello Stato raccomandano di “smistare” i nuclei che chiedono assistenza tra inclusione e lavoro, la capacità in pratica di scegliere la strada più confacente per i soggetti che fanno domanda e “la effettiva possibilità di impiego di coloro i quali risultano teoricamente abili ad esercitare attività di lavoro”.

Proprio su questo, scrivono, “sembrano riscontrarsi carenze che hanno a che fare proprio con la non chiara e immediata percezione della povertà come problema dalle sfaccettature multiple, nel quale il disagio del richiedente è sia lavorativo sia sociale in senso lato”.

E concludono che su questo aspetto “il ruolo dei servizi sociali dei Comuni, rispetto a quello dei Cpi, può crescere molto anche con il coinvolgimento del terzo settore”. Tematiche che aggiungono “andranno affrontate tenendo conto del nuovo contesto economico e sociale creato dall’emergenza epidemiologica da Covid 19 permettendo un aggiornamento rapido dell’Isee in modo da fotografare l’effettivo stato di bisogno delle famiglie”.

Raccomandazioni che temiamo resteranno disattese, mentre c’è già chi parla di una soluzione radicale, visto la necessità per il nostro Paese di voltare finalmente pagina e mettersi in carreggiata sulla via delle riforme e della modernizzazione, come l’abolizione della legge che ha istituito il Rdc. Improbabile per il momento direte, ma mai dire mai.

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