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‘Politicamente corretto’, basta!: L’Olocausto è un’invenzione e la razzista è Pippi Calzelunghe

Via col vento è razzista. Churchill è razzista. Tintin è razzista. Questa faccenda del politicamente corretto che vuole riscrivere la storia imperversa da alcuni anni. Con aspetti grotteschi

di Gerardo Verolino
da (Italia-Israele-Today)

Gli studenti dell’Università di Manchester cancellano i versi della celebre poesia di Rudyard Kipling, “If” dal murale del campus universitario perché, a loro dire, Kipling, sarebbe stato nel corso della vita, un razzista e un cantore del colonialismo, sostituendoli con quelli di una poetessa afroamericana, Maya Angelou, “Still I rise” un inno alla storia degli oppressi.

Eppure tutti i ragazzi di ogni generazione sono cresciuti con le parole di “If che è un efficace decalogo rivolto ai giovani (di sempre) ad affrontare con forza d’animo e lucidità, senza abbattersi, le sfide e le avversità che la vita pone di fronte per poter diventare gli uomini di domani. “If” è una poesia universale che è rimasta impressa nel cuore di tutti.

Apprezzata da Gramsci che, come ricorda Gian Micalessin sul “Giornale”, la traduce in Italia col sottotitolo “Breviario per i laici”. Ma anche da Oriana Fallaci e da Montanelli che la definisce, a sua volta, un “breviario dello stoicismo moderno”.

Certo Kipling è un imperialista figlio del suo tempo. Ciò non toglie che i versi della poesia sono bellissimi, struggenti ed immortali e non basterà “sbianchettarli” dal muro di un’università inglese per farli cadere nell’oblio.

Ma, la macchina del politicamente corretto che imperversa non si ferma a Kipling. Una sezione dell’American Library Association ha modificato il nome del premio letterario dedicato a Laura Ingalls Wilder, l’autrice di “The Little House in the Prairie”, la famosa “Casa nella prateria”, i cui libri e le cui puntate del telefilm trasmessi anche in Italia sulla comunità di un piccolo paesino del Minnesota sperduto nelle praterie americane, hanno commosso tanti ragazzi nati nel corso degli anni, perché nei suoi scritti ci sarebbero riferimenti razzisti verso la popolazione nera.

Ma anche la Ingalls, che racconta la storia vera della sua famiglia ambientata all’inizio del secolo, riproduce fedelmente il clima che si vive in quel periodo senza apportare ridicole censure.

La stessa autrice, prima di morire, ricorda quanto la storia di quella comunità di inizio Novecento in America sia stata importante per capire come nel corso degli anni sia cambiato, in meglio, il suo Paese sul tema dei diritti verso i neri.

Stessa sorte capitata al disegnatore belga Hergé. Anche un fumetto può scandalizzare e turbare i giovani e finire sotto la scure della censura.

Secondo l’editore inglese Egmont Uk, infatti, per il quale le strisce di Hergé, “Tintin in Congo” che vendono centinaia di milioni di copie nel mondo, per il loro carattere razzista, devono subire la stessa classificazione “per adultie lo stesso imballaggio protettivo e l’etichetta usate per le riviste porno per non offendere i lettori.

Ma anche in questo caso “la rappresentazione degli africani fornita da Hergè riflette la sua epoca storica” dice Valery de Theaux, la procuratrice chiamata dalla magistratura belga, dopo la denuncia di un cittadino congolese, ad esprimere un parere sull’opportunità di censurare il fumetto per razzismo.

Pure la piccola Pippi Calzelunghe da tempo non se la passa bene. A turno l’accusano di essere xenofoba e di minare le fondamenta dell’attuale società multiculturale perché nelle storie si parla di “Re dei negri per cui la teologa Eske Wollrad ne depura il testo mentre un’importante sociologa, già ministro della famiglia in Germania, Kristina Schroder inveisce contro quella bambina razzista.

Per qualcuno anche Tom e Gerry vanno banditi “perché incarnano pregiudizi etnici e razziali sbagliati”.

Questi sono solo alcuni esempi, di una schiera più ampia, per capire come la società che si è uniformata al pensiero unico corrente sia oltremodo attenta a condannare chi discrimina, anche retroattivamente, i neri, o i “diversi” che piacciono, mentre è reticente ed omissiva verso talune minoranze offese che non godono dello stesso gradimento.

Se un autore è in odore di razzismo verso i neri scatta, immediatamente, la pubblica gogna e le sue opere cadranno nell’oblio.

Succede poi che il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, dichiari in un’intervista che “la negazione dell’Olocausto è profondamente offensiva” ma aggiungendo che “non credo che (su Facebook) debba essere censurataperché, le schiere degli indignati in servizio permanente effettivo cosi solerti a “bannare” gli autori che ritengono scomodi, tacciano.

Niente proteste. Nessuno ha avuto da eccepire per un’affermazione quantomeno avventata. Dicono: si può limitare la libertà d’espressione delle persone? Non è Facebook è il luogo più libero del mondo?

Peccato che esista l’algoritmo-censore, che si è già dimostrato “fazioso”, che controlla e blocca, senza appello, chi usa le paroline scorrette sui neri, sui Rom e tralascia, molto spesso, le offese agli ebrei.

È strabiliante vedere una società che s’infervora per Pippi Calzelunghe, per Tom e Gerry, per la signora della Casa della prateria o per il disegno di Tintin ritenendoli esempi negativi, personaggi diseducativi, simboli da abbattere e da cancellare dalla memoria per le future generazioni e taccia su Norman Finkelstein, l’autore de “L’industria dell’Olocausto” o sul padre dei negazionisti, il britannico John Irving, o su Robert Faurisson, o addirittura su Hitler.

Perché, in fondo, farà pure schifo negare l’Olocausto, ma se ne può tranquillamente parlare su Facebook e magari negarne l’esistenza, come se si tratti di un argomento da salotto, da talk-show ultratrash, da chiacchiera da bar. Mica possiamo proibire alla gente di discutere circa l’esistenza delle camere a gas?

Tintin, però, va censurato e proibito e se ne consiglia l’uso ad un pubblico consapevole. Il Mein-Kampf, no. Quella è una lettura rilassante da vendere, senza controindicazioni d’uso, in edicola.

La Casa nella prateria è pericolosissima e immorale e va bandita. I campi di concentramento, no. Quelli sono argomenti che si possono anche confutare su Facebook.

Kipling con i suoi versi sottintende, non alla formazione e all’educazione di uomini valorosi, ma alla creazione di inquietanti superuomini nietschiani e dunque è un colonialista e un fascista che va gettato nel dimenticatoio.

Il negazionista Irving o il Fuhrer del Terzo Reich no, anche se propugnano tesi immonde.

L’importante è non farsi prendere dal panico. Possiamo anche parlarne. Internet è stato inventato anche per questo. No?

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