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La kermesse di Villa Pamphilj e lo ‘Stato generale’ di un Paese in ginocchio

La kermesse di questi giorni a Villa Pamphili apre nuovi e diversi scenari sull’orizzonte politico italiano. Dalla rievocazione di una prassi medievale, al pericolo del suo destino finale che nel 1789 ha avviato la rivoluzione francese. Uno scontro tutto interno all’alleanza di governo tra i neo-giacobini e i neo-girondini

di Gaetano Piscopo

Proprio così, sembra di rivivere nella maggioranza di governo italiana lo scontro avvenuto nello Stato francese prima e dopo la Rivoluzione. La contrapposizione tra radicali e liberali nell’ambito della stessa alleanza.

L’ospite di Palazzo Chigi sta cercando di instaurare il suo “diritto divino” con gli Stati Generali che dovrebbero nell’intento far discutere politica e parti sociali sull’utilizzo dei finanziamenti europei post Covid, ma in realtà rappresentano un tentativo di sparigliare i giochi proponendo la sua figura non più come cooptato del momento, ma come nuovo e riconosciuto leader di una forza politica che dovrebbe nascere dalle ceneri del M5S e del Pd.

A Villa Pamphilj non credo saranno stilati i quaderni di doglianza perché le lamentele dei nostri ceti sociali sono troppo noti per non essere conosciuti dal governo giallorosso. 

Il dibattito non avviene nelle deputate aule parlamentari ma con una iniziativa in campo terzo dal sapore mediatico che prescinde dagli umori e dai bisogni sempre più stringenti di una popolazione allo stremo.

Una dieci giorni che scontenta tutti dall’opposizione al governo. Una tappa decisa in solitudine senza coinvolgimenti organizzata in fretta e furia prima che qualcuno possa intestarsi i risultati di provvedimenti originati dal più massivo intervento finanziario della storia comunitaria.

Alla regia di questa iniziativa di facciata vi è l’addetto stampa del premier Conte, Rocco Casalino all’inizio oggetto di sberleffi e sottovalutazioni. Le petit prodige del Grande Fratello oltre alla sua conoscenza di cinque lingue sta dimostrando di utilizzare bene gli strumenti della comunicazione ed è il vero punto di forza del percorso camaleontico del premier.

L’avvocato del popolo ha imparato molto in fretta e in due anni ha verificato l’inconsistenza della nuova classe politica passando dall’iniziale impaccio alla conquista della scena tenendo tutti sotto scacco per mancanza di alternative.

Infatti dopo il disastro economico e finanziario accentuato dal lockdown nessuno ha il coraggio di affrontare una crisi al buio paralizzando il Paese con una campagna elettorale dagli esiti incerti.

Ancora peggio chi mai può avere l’ardire di staccare la spina divenendo il caprio espiatorio dei ritardi che si produrrebbero nella approvazione dei decreti attuativi per gli interventi di sostegno.   

Eppure dopo i ripetuti annunci a reti unificate nessuna delle misure di sostegno decretate sono state attuate.

Molti lavoratori ancora in attesa di avere accreditata la cassa integrazione dall’Inps. Piccole e medie aziende che non hanno accesso al credito bancario per i contributi previsti. Decreti ministeriali che si susseguono senza norme attuative.

La fase emergenziale è stata gestita con l’ausilio di centinaia di tecnici ed esperti incaricati e partecipi di una task force che ha originato tante diverse interpretazioni tra gli Enti Locali e innumerevoli tentativi di distinguo nei provvedimenti dei governatori regionali.

Oggi la magistratura dopo aver sospeso ogni attività nella prima fase cerca di riconquistare la scena con indagini sulle applicazioni delle zone rosse. Come dire chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Si scopre solo ora che la medicina territoriale non ha funzionato dopo averla costantemente svilita. Che gli ospedali non erano pronti ad affrontare l’emergenza dopo aver costantemente operato dei tagli nella sanità.

Eppure tutti, magistrati compresi, erano consapevoli delle storture e della inadeguatezza del nostro sistema. Il nostro destino è essere accompagnati da indagini da prima pagina e commissioni di inchiesta senza conclusioni efficaci.

In questa fase poi a un altro comitato, quello presieduto da Colao è stato chiesto di proporre un programma di interventi per la Fase 3 e nei punti proposti, guarda caso, emerge la necessità di avviare quanto prima le opere infrastrutturali del Paese.  

Quelle stesse opere che sono state costantemente osteggiate dai penta stellati e che le amministrazioni locali non hanno saputo avviare fino al punto di rendicontare l’incapacità di spesa per la provvista disponibile nel programma comunitario 2014/2020.

La relazione prodotta da questo comitato è stata relegata in second’ordine, anzi ancor peggio viene messa in discussione da un suo membro molto vicino a Conte, la professoressa Mazzucato, economista che non firma il documento del comitato e conquista la scena tra gli organizzatori degli Stati Generali. 

Lo stato generale del Paese è quello di una nazione in ginocchio, indebitata e senza una chiara via di uscita.

Una nazione che da una parte rischia il collasso economico, produttivo e finanziario con la perdita di milioni di posti di lavoro e dall’altro l’inasprimento delle contraddizioni tra i diversi poteri dello Stato che sono in perenne conflitto. Quegli stessi poteri che hanno distrutto i vecchi assetti della politica lasciandoci in eredità l’improvvisazione e l’incapacità di progettare e realizzare la modernizzazione del Paese.

Da Villa Pamphili possono emergere diversi rischi.

Il primo, meno pericoloso è intestare i risultati di una provvista così massiccia messa a disposizione dall’Europa a chi fino a qualche mese fa era euroscettico.

L’altro più drammatico è che l’incongruenza e l’inefficacia degli annunci possano trasformarsi in ribellione sociale. Allora sarebbe proprio il ripetersi del destino degli Stati Generali

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