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A proposito di ‘schiavismo’: il genocidio nascosto dei musulmani in Africa

Quelli che oggi deprecano giustamente la lunga stagione della tratta degli schiavi dall’Africa da parte dell’Occicente, ignorano che nella storia c’è stato qualcosa di molto peggio e cruento. Ed è stato quello perpetrato dagli arabi musulmani (in genere i nordafricani) nei confronti dei neri subsahariani cominciato nel VII secolo dopo Cristo e protrattosi per oltre tredici, perdurando, ancora oggi.

di Gerardo Verolino
da (Italia-Israele-Today)

Per tutti quelli che “giustificano” o hanno umana compassione (sic) per i terroristi dell’Isis perché, poveretti, risarcirebbero i torti storici subiti dai loro antenati africani per mano degli empi conquistatori europei, sappiate che c’è stato nella storia qualcosa di molto peggio, e assai più cruento, del colonialismo occidentale.

Ed è stato quello perpetrato dagli arabi musulmani (in genere i nordafricani) nei confronti dei neri subsahariani e che è durato ben oltre i quattrocento anni di dominazione europea cominciando nel VII secolo dopo Cristo, protrattasi per oltre tredici, e perdurando, in verità, ancora oggi.

A squarciare il muro del silenzio su uno dei più grandi genocidi della storia che ha visto l’eliminazione fisica di 17 milioni di neri, dopo indicibili torture, sopraffazioni, umiliazioni e sofferenze (i maschi venivano regolarmente evirati, le donne riempivano gli harem) sono stati la pubblicazione di alcuni encomiabili libri.

Niente in rapporto alla sterminata pubblicistica sulla tratta dei neri verso le Americhe. Fra gli altri quello di uno scrittore franco-senegalese Tidiane N’Daye che, in un volume del 1988, “Le génocide voilé” (“Il genocidio nascosto”) racconta di come “i popoli arabi hanno fatto razzie, castrato e ridotto in schiavitù le popolazioni nere senza interruzione per 13 secoli e aggiungendo che, ancora oggi “in pieno XXI secolo continuano a martirizzare i negri del Maghreb e a sottoporre le donne nere a schiavitù in Medio-Oriente”.

O anche John Azumah, uno studioso di origini ghanesi, che in “The legacy of Arab-Islam in Africa” ricorda che lo schiavismo arabo è una storia fatta di abusi, violenze inenarrabili e conversioni forzate per rispettare il libro sacro dell’Islam.

Il Maafa, l’olocausto africano non è finito– scrive Antonella Sinopoli, una giornalista-blogger cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. dove scrive soprattutto di Africa, diritti umani – perché non è generato da motivi economico-commerciali. Ma dall’odio, dal disprezzo, dalla convinzione profonda dell’inferiorità degli africani neri” secondo il precetto islamista.

La parola “Abd” in arabo vuol dire schiavo. Declinato al plurale “Abeed” vuol dire neri.

Per l’arabo musulmano il nero e lo schiavo sono la stessa cosa. Nel libro di uno dei più noti storici inglesi dell’Islam, Bernard Lewis, “Razza e colore nell’Islam”che smonta tutte le leggende sull’assenza di discriminazioni razziali nell’islamismo si racconta di come venivano considerati i neri dagli schiavisti arabi.

Un autore musulmano, nel nono secolo dopo Cristo, ad esempio, Jahiz, osserva che i neonati neri dell’Iraq vengono alla luce come qualcosa di intermedio tra il nero e il melmoso, maleodoranti, puzzolenti, con i capelli crespi, le membra difettose, la mente deficiente e passioni depravate”.

Un altro autore, Maqdisi, afferma che “non esiste fra loro il matrimonio, il bambino non conosce il padre e si cibano di carne umana”. E ancora: “La loro natura è quella degli animali selvatici”.

Il grande geografo Idrisi ricordando che i neri hanno piedi rugosi e sudore fetido aggiunge che differiscono dagli animali “solo perché le due mani sono sollevate dal terreno”. Mentre “la scimmia antropoide ha più capacità di apprendimento di loro”.

Per ben millequattrocento anni, gli arabi musulmani, soprattutto dell’Africa del Nord, egiziani e persiani in testa, hanno ridotto in catene quelli al Sud del Nilo quando questi ultimi non sono periti lungo i mille km di marcia a piedi, senza acqua né cibo, in condizioni atmosferiche proibitive.

Marciano tutto il giorno. Di notte quando si fermano per dormire– scrive Henry Drummondgli vengono distribuite poche manciate di sorgo”. Dopo sessanta giorni di marcia neanche meno della metà giunge viva a destinazione. Quando un viaggiatore perde la strada dell’Africa equatoriale, si dice, ad indicarla saranno le migliaia di scheletri dei negri che la pavimentano (mentre nelle vituperate tratte coloniali ordite dagli occidentali verso l’America muore meno del dieci per cento di schiavi).

Ma chi sopravvive alle traversate spesso perde la vita a causa, come detto, delle castrazioni. Questa orribile pratica viene usata per garantire la virilità dell’arabo sul nero descritto come in preda a irrefrenabili appetiti sessuali e per soddisfare la pressante richiesta di eunuchi a guardia dell’harem. Quasi nessuno fra i bambini neri sopravviverà alla terribile mutilazione.

Gli storici calcolano che dal VII al XX secolo i neri schiavizzati dagli arabi sono stati circa 17 milioni. A cui vanno aggiunti quelli morti durante il tragitto e si arriva a 75 milioni. Più i trucidati durante le spedizioni e si supera i 100 milioni di morti nel volgere di tredici, quattordici secoli.

Per questo motivo, e per l’annullamento della propria sessualità, non hanno lasciato orme della loro millenaria permanenza nei luoghi della deportazione; mentre i discendenti degli schiavi traghettati in America, oggi circa 70 milioni, si sono sedimentati in quei Paesi, integrandosi, emancipandosi e lasciando tracce significative nelle arti, nello sport, nello spettacolo e persino nella politica se uno di loro è riuscito a diventare Presidente degli Stati Uniti, lo Stato considerato da tutti i suoi nemici come la culla del capitalismo e quindi degli “sfruttatori”.

Quando Cassius Clay, il celebre pugile, cambia il suo nome in Mohamed Alì, in onore del profeta Maometto, probabilmente, ignora, come altri milioni di suoi concittadini, cosa abbia rappresentato l’Islam per il suo popolo: morte, tortura, sopraffazione e perdita dell’identità civile, culturale e religiosa. Quella che lui, col suo provocatorio gesto, ha pensato di rivendicare. Ed invece ha, involontariamente, infangato.

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