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Il covid e la strage degli anziani, a Bergamo la Poesia per non dimenticare

Dall’inizio dell’epidemia nel nostro Paese il virus ha ucciso 27 mila over 70. Un pensiero accompagnato dai versi di Francesco Guccini, Alda Merini, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale.

di Pasquale D’Alessio

In Italia, il virus ha ucciso 27 mila persone con più di settant’anni. La metà, se non di più, è morta nelle residenze sanitarie per anziani. Una strage.

Il comune di Bergamo ha organizzato una cerimonia collettiva per ricordare le vittime del coronavirus il 28 giugno davanti alle mura del Cimitero Monumentale, diventato simbolo del dolore di questo tempo. La commemorazione è avvenuta al tramonto con le note scritte dal più illustre e noto cittadino di Bergamo a ricordare le vittime del Covid-19: la Messa da Requiem di Gaetano Donizzetti. Al rito presente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Molti, tanti, troppi, sono stati gli anziani ad andare via. Andati via in solitudine. Sepolti in solitudine. Nella solitudine della morte. Ventisettemila! Di sicuro, qualcosa è mancato. Non si è fatto. O forse, di sicuro, si è fatto male prima. Abbiamo iniziato a pensare in grande. Dimenticando il particolare. Il piccolo. Il fragile. Dimenticando la difficoltà del disagio. E ora, che un segno di normalità appare, bene si fa a ricordare. Almeno questo, il ricordo che nessun Covid 19, può negare. Abolire.

Nelle poche righe che seguono, ci sono versi che portano lo sguardo verso agli anni che passano. A quel che il tempo subisce, mentre passa. Ora, nelle parole che un po’ conosciamo e un po’ sappiamo raccontare, e prendendo a prestito qualche verso, andando a riascoltare una canzone, abbiamo unicamente il desiderio, se ancora ne siamo capaci, della carezza. Quella che è mancata a tanti ultimi sospiri.

Lo facciamo rileggendo, ascoltando, i versi di una canzone di Francesco Guccini :I vecchi subiscono le ingiurie degli anni, non sanno distinguere il vero dai sogni, i vecchi non sanno, nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero…

E Alda Merini, che racconta de Il sole dei vecchi / è un sole stanco. / Trema come una stella /e non si fa vedere, / ma solca le acque d’argento / Dei notturni favori  / E tu che hai le mani piene / d’amore per i vecchi / Sappi che sono fanciulli / Attenti al loro pudore.

I più fragili il virus li ha cercati e li ha trovati. Li ha trovati indifesi e soli. Li ha scovati uno alla volta. Ha approfittato del sole stanco.

Ci aiutano, ad andare oltre il sole stanco di Alda Merini, i versi finali de La mia sera di Giovanni Pascoli:

Don… Don… E mi dicono, Dormi! / mi cantano, Dormi! sussurrano, / Dormi! / bisbigliano, Dormi! / là, voci di tenebra azzurra… / Mi sembrano canti di culla, / che fanno ch’io torni com’era… / sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera.

Quattro parole che nella semplice coniugazione verbale: Dicono/Cantano/Sussurrano/Bisbigliano/come un canto, una ninna-nanna, come un allontanarsi con serenità dalla giornata – dalla vita – , così suggerisce il Poeta, e noi raccogliamo il suggerimento del Poeta, ché ancora abbiamo il desiderio di accompagnare con una tenera carezza di giustizia chi è stato solo! Si è sentito solo.

Così, come vogliamo far sapere a chi è stato travolto dal Covid-19, vogliamo che arrivi forte e chiaro il verso che non abbiamo e non vogliamo dimenticare. E chiediamo aiuto a due Poeti che tanto amiamo. Che ci hanno aiutato affinché la luce torna al giorno (1).

Il primo è Giuseppe Ungaretti con la poesia Per sempre  dedicata a sua moglie Jeanne. Senza niuna impazienza sognerò, /Mi piegherò al lavoro / Che non può mai finire, / E a poco a poco in cima / Alle braccia rinate / Si riapriranno mani soccorrevoli, / Nelle cavità loro / Riapparsi gli occhi, ridaranno luce, / E, d’improvviso intatta / Sarai risorta, mi farà da guida / Di nuovo la tua voce, / Per sempre ti risento.

Forte, intenso, sentiamo nostro – in questo contesto – l’ultimo verso  Per sempre ti risento.

E chiudiamo, con la dolorosa dichiarazione d’amore di Eugenio Montale per sua moglie Drusilla Tanzi

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. / Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / Il mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede. / Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse di vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, /erano le tue.

(1) Cantetto senza parole di G. Ungaretti

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