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Bruxelles, “Benvenuti in Belgistan”: l’Islam che fa paura nel cuore dell’Europa

Belgio, nel quartiere di Molenbeek durante una operazione dell'anti terrorismo

Mentre, in Italia, si discute della conversione all’Islam di Silvia Romano, c’è un Paese d’Europa dove, da anni, è in corso un dibattito intorno al pericolo rappresentato dai gruppi islamici radicalizzati sul territorio che fanno proseliti tra la popolazione: il Belgio.

di Gerardo Verolino (Italia-Israele-Today)

Ci sono interi quartieri intorno a Bruxelles che sono in mano a fanatici esponenti dell’Islam politico. Nel Belgio, il Paese delle stragi dell’Isis e del famigerato quartiere incubatore di terroristi di Molenbeek, un esponente di punta del partito islamista “Parti Islam Belgique”, un po’ di tempo fa, Philippe Latteur, capolista per il distretto di Sint-Lambrechts-Woluwe, ha minacciato un collega del partito liberale su Facebook: “Ti sgozzo come una pecora” .

A mandare fuori dai gangheri il politico islamista, che si rifà allo sciismo iraniano ed ha contatti con Ah ul Bayt, l’organizzazione mondiale sciita con base a Teheran, è l’union sacrèe che i movimenti liberali realizzano coalizzandosi fra di loro per impedire l’avanzata del PIB (Islam acronimo di Integrità, Solidarietà, Libertà, Autenticità, Moralità) anche attraverso una legge che metta al bando il movimento.

La liaison tra gli islamisti e il Belgio è di vecchia data e affonda le radici in quel patto scellerato che, nel 1974, il cattolico re Baldovino stipula con la monarchia saudita per garantire le risorse energetiche che servono al suo Paese.

Il re baratta il petrolio con l’Islam: inserisce la religione islamica nel programma scolastico e offre in gestione per 99 anni il Pavillon du Centenarie che diventa la Grande Moschea del Cinquecentenario frequentata da migliaia di musulmani.

Ancora oggi, l’Arabia Saudita dona un milione di euro l’anno per il mantenimento delle venti moschee mentre invece molte chiese, sempre più svuotate dai fedeli nella società secolarizzata, sono, tristemente, presidiate dalla polizia.

E non è un caso che il nome più comune tra i nuovi nati sia Moahmmed. E, benché la popolazione musulmana ammonti solo all’8 per cento, ma a Bruxelles uno su tre è seguace di Allah, entrando in città su tanti cartelloni si legge “Benvenuti in Belgistan”.

Si capisce che, in questo contesto, un partito Islamico possa tentare di affermarsi. Il PIB esiste dal 2012 ed ha eletto due consiglieri comunali nella zona di Bruxelles, Redohuane Ahrouch, un autista di autobus ad Anderlecht, un signore formatosi con Jean-Francois “Abdullah” Bastin nel Centro Islamico Belga, fabbrica di fondamentalisti, e Lhoucine Ait Jeddig a Molenbeek.

Nel suo programma c’è, senza mezzi termini, l’introduzione della Sharia, con la sottomissione della donna e la reintroduzione della pena di morte. Il consigliere Redohuane Ahrouch vuole che negli autobus le donne, sempre coperte dal velo, vengano separate dagli uomini.

Il nostro obiettivo finale è uno Stato islamico al cento per cento – ha detto Ahrouch – il velo potrà essere portato in tutti i luoghi pubblici e nelle scuole dovrà essere servito cibo halal”.

Addirittura in un programma televisivo, “C’est pas tous les jours dimanche”, si rifiuta di stringere la mano e di guardare negli occhi la giornalista Emmanuelle Praet, adducendo di “non poter andare contro i valori e i dettati della mia fede”.

Ha anche inviato una lettera al re Alberto II per chiederlo di convertirsi all’Islam. A Bruxelles, tra vent’anni, i musulmani saranno la maggioranza. L’islamologo Michael Privot ha scritto che questo partito porterà “all’implosione del corpo sociale” in Belgio.

E, mentre si susseguono gli episodi di intolleranza verso la comunità autoctona, ci sono interi quartieri in mano alla criminalità musulmana (i no-go-zones) il cui ingresso è interdetto alla polizia con cartelli “Sharia controlled zone”.

Abu Ibram, leader del movimento “Sharia per il Belgio” ha detto che la gente “è sporca e pervertita” e per questo “le ragazze in bikini sono state assalite, i simboli cristiani ed ebraici sono stati colpiti da atti vandalici” così nei quartieri a prevalenza musulmana “è stata instaurata la Sharia”, perché “l’islamismo non è compatibile con la democrazia”.

Questo è “L’incubo multiculturale” del quale parla Angelo Panebianco quando sul “Corriere della sera” ricorda che “la società libera” è in antitesi con l’Islam perché “si fonda sul principio della separazione fra politica e religione o fra economia e religione” mentre “nell’Islam queste separazioni non hanno senso e questo spiega perché le moschee non sono solo luoghi di culto”.

Ma, ritornando al partito di Ahrouch, scorrendo la loro pagina Facebook, si può vedere che inneggia alla Palestina “Palestine libérée des colones criminels!”, la Cia viene definita un gruppo criminale, l’America “madre e fonte di tutti i mali del mondo”, e che in più di settant’anni, con Israele, avrebbe causato la morte di 14 milioni di persone innocenti. E per questo si legge “i sionisti e gli imperialisti sono una maledizione sulla terra”.

Sul profilo dell’altro consigliere comunale, Lhoucine Ait Jeddig, uno dei tre fondatori del partito, un professore di Chimica cinquantaseienne, nella cui immagine appare avvolto dalla bandiera palestinese posta una foto emblematica, di una statua, scattata in un museo di Madrid, dove si vede un musulmano prono nell’atto della preghiera che sulle sue spalle regge un prete che a sua volta regge un ebreo ritto sopra di lui.

Ed una didascalia che recita così: Un turista ebreo si lamentava della statua e gli chiesi: “perché ti lamenti? Sei in cima”. “– risponde – ma quando il musulmano si alzerà andremo in pezzi”. È il suo sogno.

In un’altra foto lo si vede ridere con un rabbino che lui definisce antisionista. Chissà se è vero. Certo è che la saldatura tra i due obiettivi, l’instaurazione della Sharia e la sconfitta dei sionisti in Medio-Oriente sono la ragione di vita del partito.

È così che il Belgio, capitale europea della Jihad, lo Stato che ha fornito il numero più alto di foreign-fighters alle milizie impegnate sui fronti di guerra siriani, c’è il rischio che, presto, muti il suo nome in Belgistan.

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