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La ‘Poesia’ di Luca Nicoletti: “Il paese nascosto”

Il poeta Luca Nicoletti

Prefazione di Giancarlo Pontiggia. Pequod, Ancona. 2019

di Pasquale D’Alessio

L’indice racconta che l’ultima raccolta di poesie, di Luca Nicoletti, si compone di due parti. La prima, ha questi capo-Versi: nessuno crede, fuori campo, itinerari intermodali, sull’orlo dell’estate, notiziario del mio io. La seconda, altri: esile mito, il “juste milieu”, Parco della Resistenza, Le traversate di Petit.

Ma prima, delle due distinzioni, a stagliarsi, a presentarsi, stanno i versi di San Clemente prelude. La dichiarazione! Il poema si presenta. Affermano i versi e, l’ultimo attesta: nella metrica dei campi.

Dopodiché, si può partire. Si può viaggiare. E tutto arriva. O forse, tutto si allontana, per poi, come sa lavorare il verso del poeta, tutto può ritornare. Mentre il verbo del tempo è coniugato. E’ stato vissuto. E qui, è attestato nella poesia che il libro propone.

Non dimenticando poeti, e richiami poetici cari a Nicoletti.

Quali i sentieri, i camminamenti, di questa silloge?

Intanto, l’oggi. Il giorno per giorno, che rende lo sguardo Nella fioriera. La lucertola che si disseta / aspetta senza paura / le gocce che lascio cadere. Dalla fioriera, lo sguardo va a ciò che è stato I rami del giardino / della casa dove abitavo / vorrebbero dirmi tante cose / me le stanno dicendo. Così, dalla quotidianità, ai rami di ieri, ad alzare gli occhi, a  Un imprevisto smarrimento / nel tempo sottovalutato, / non bene calcolato… // Il cielo va in frantumi, / vecchi appunti cadono tutt’intorno…

E’ qui, quel viaggio, a cui si faceva riferimento, mentre Il cielo va in frantumi /… ora le parole delle cose di noi / rimaste lontane, in un tempo diventato spazio. E’ forse un tempo ritrovato? Come quello dello scrittore francese d’inizio del secolo scorso?

Il Paese nascosto di Luca Nicoletti, nella seconda sezionefuori campo – apre nei primi versi, ed ancora, è lo sguardo a trovare relazioni con il cielo // un volo improvviso e sorprendente / o il passare lento dei gabbiani.

Girata la pagina, come il passare lento di gabbiani, arrivano le parole della madre del poeta. Sono già versi quelli di Rosita, stanno in quei cieli, in quei campi raccontati dalla fotografia di Rosita. Il figlio li raccoglie. Li fa suoi alcuni versi, testimonia di passaggi, di consegna. La presenza della madre resa in vorrò – / questo il suo impegno / per distruggere l’addio – / sempre proteggervi, con voi, appena un passo, al vostro fianco.

Nel frattempo, il figlio poeta, ancora ha in cuore il dialogo mai sospeso con la madre, con l’artista fotografa e Continuo a guardare i miei luoghi / … / immaginando di trovare il punto / in cui scoccò un pensiero – mio, o tuo – / e rubò, per sempre, all’orizzonte / quella parte di cielo impreziosito /… Un orizzonte, un cielo: luoghi che entrano, si racchiudono, sono stati custoditi e fanno festa ricordi ammucchiati / nella piccola stanza! / Stringetevi ancora, raccontate /… Vi lascio soli, domani ritorno / stanotte la stanza / è il centro del mondo. Dalle tenerezze, da un passato che non abbandona la pelle, che sempre continua a mormorare il verso al poeta, ora chiudendo la stanza non può far altro che ricordare alla parola: che mai l’abbandonerà: Vi lascio soli, domani ritorno.

La terza sezione, – Itinerari intermodali – è geografia che si muove.Nel muoversi, cambia il paesaggio. E’ Firenze, si intende che è luogo e tempo familiare al poeta. Cambia paesaggio, ma lo sguardo è sempre quello. Nel giardino di Boboli, una mamma correva con il bambino in braccio / hanno messo un riparo sopra il passeggino / noi abbiamo trovato riparo / dagli anni che scorrevano in fretta e nella Grotta del Buontalenti – un grembo materno, dove la materia è essa stessa un labirinto verticale di forme e di tempo, lì – attorno al punto più recondito dell’anima / per poi passare, seguendo un percorso amato, verso il passaggio del testimone / nella città del ritorno, / dell’intatto stupore / … / dalla “cacciata” di Masaccio…/.

Con Axis mundi (Asse del mondo) ci ritroviamo fra le mani – nella metrica dei campi -, il passo iniziale che ha indicato gli ulteriori passi. E’ componimento diviso in tre parti.

L’avvio Sul crinale che diverge, le pietre bianche / del Coriano Ridge War Cemetery /…e andando Sull’altra strada, prima dell’ultimo colle, il mare appare subitaneo /. E ancora l’euforia dello sguardo, senza misura / è in questa invocazione luminosa. E questo è il canto! E’ un canto. Viaggia a latitudine e longitudine. Axis Mundi. Di un proprio mondo. Ma non solo. Lì, è il mondo di tutti: L’erba tenera, dove passava la linea gotica.

Lì, L’enigma si presenta… un rudere arenato / nei giorni che non vanno avanti.

Lì, Chiede conto a chi passa / di tutte le illusioni, dice di un benessere / immaginato eterno.

Da lì,…l’Adriatico, come sogno ricorrente / e la Valconca divina, abissale, sterminato istante increspato…

E chiude Si agitano lontano, inutilmente, le prime luci /… Si prepara la vita dolce,…/ nella linea lunga della costa.

Si può viaggiare. Tutto parte. Si allontana. Sembra perdersi. Il paese nascosto. Ma i versi di Luca Nicoletti, sanno custodirlo. E sanno ritrovarlo. E’ fatica.

Il passo del giorno è fatica. E così, anche la quarta sezione, dal titolo sull’orlo dell’estate –  verso di Mario Luzi –  caro a Nicoletti che ha già “usato”,quale titolo per una serata di poesia da lui organizzata qualche anno fa a Riccione, ecco, sull’orlo dell’estate, la memoria, si sa, nasconde / ciò che vuole. E quando arriva / o è un lampo o si traveste, / non porta sempre il sole. Non porta ciò che era e Cosa teneva insieme il tutto? / Cosa attraeva verso un punto / ciò che sembra ora disperso / oltre la valle del ricordo, / nel limbo del mai-accaduto?

L’ultima sezione, che chiude la prima parte, è un notiziario del mio io  e qui, il verso è il suo specchio. E si chiama Luca. Ma “Luca, aspetta, non senti? Luca,… possibile?… non ricordi?” E’ il momento di maggior sconforto. Il ricordo, ti abbandona.

La seconda parte apre con esile mito. E’ un verso che riflette. Pone di continuo una riflessione. La pioggia è / pioggia, ma è diverso lo sanno / le magnolie, l’avevano intuito / ancor prima i pini. E’ nel destino della magnolia, del pino, anche il nostro? In questa seconda parte del libro, per alcune pagine, la parola mette i denti.

Mai rinuncia al destino della poesia:  per distinguerne la voce nel crepuscolo / per non perderlo più. Cammina per il Parco della Resistenza di Riccione, il verso di Nicoletti, ancora i rami… // …si interrompono le trame, non c’è nessun destino. / Sulle punte più in basso le gemme rosate / celebrano questo giorno. E non è questo celebrare un paese nascosto, che ogni tanto, si scopre? 

Si concede una attesa, una speranza In qualche modo ci vuole / un risvolto politico, almeno / una frase civilmente impegnata /… Non costa molto in fondo parlarne /…L’ultima sezione Le traversate di Petit èil richiamo forte. Quasi un appello ad un nuovo umanesimo. Un rinascimento. Un richiamo alla bellezza.

A Costruire bellezza e per raccontarlo il poeta raccoglie parole: “Questo mattone vuole essere qualcosa.” è una frase dell’architetto Louis Kahn che del mattone raccontava: un mattone vuole essere qualcosa, ha aspirazioni! Anche un comune e ordinario mattone vuole essere qualcosa di più di ciò che è! Vuole essere qualcosa di meglio di ciò che è! È questo che dobbiamo sentire anche noi”.

Il libro chiude con Non chiedermi cos’è la poesia. E noi, sicuramente, non chiediamo. Non chiediamo perchè abbiamo letto il libro e i versi.

E chissà che Il paese nascosto, del nostro poeta, non è che il tempo che ci è stato dato. Donato. Il paese nascostoè il cammino della vita. Sono le persone amate e che non vediamo più. Che non incontriamo e sappiamo non incontreremo più. I paesaggi che hanno e ci hanno accompagnato. Abitano quel paese, quello dove siamo nati. Della nostra infanzia. Della confidenza famigliare. Della nostra giovane età.

E’ quello forse il paese nascosto? Che poi, nascosto non è.

Ed ognuno, è questo racconta il poeta, ciascuno di noi, ha il suo paese nascosto.

L’apertura del libro, vive della bella, intensa ed articolata, prefazione di Giancarlo Pontiggia.

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