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Si fa l’Europa, sovranisti ko! E Salvini restò solo

L’accordo sul Recovery fund segna un significativo passo avanti verso l’integrazione in senso federalista dell’Europa. I 27 Paesi della Ue hanno ceduto una quota sostanziosa della loro sovranità in cambio di una pioggia di denaro mai vista per la ricostruzione continentale post pandemia. Un successo della delegazione italiana guidata dal premier Conte che ha ricevuto il plauso anche dell’opposizione, tranne quella di Salvini. Il Capitano, furioso, è rimasto solo a leccarsi le ferite con la preoccupazione di un elettorato che non vuole perdere il treno europeo e l’incubo del voto al Senato, il 30 aprile, sull’autorizzazione a procedere che lo riguarda per il caso Open Arms.

di Peppe Papa

A Bruxelles un significativo passo avanti nel segno dell’integrazione europea prospettata dai “visionari” di Ventotene.

L’accordo sul Recovery fund ha posto le premesse per una vera unione economica che renderà inevitabile l’armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali, mentre per la prima volta la Commissione potrà esercitare un determinante potere di controllo sui fondi erogati in relazione al rispetto delle condizionalità concordate.

I 27 paesi della Ue, insomma, hanno ceduto una sostanziosa quota di sovranità in cambio di un bilancio federale di là da venire, ma ormai scontato, che preveda una tassazione diretta e la fine delle contese sui contributi nazionali. Oltre una messe di quattrini mai visti, destinati alla rinascita dei paesi colpiti più duramente dal covid 19 e all’intero continente.

Miliardi di sussidi e prestiti, all’Italia ne toccheranno 208, che offriranno l’opportunità di rimettersi in sesto e modernizzare il paese, ossigeno vitale per una economia nazionale alla canna del gas.

Sono chiamati tutti a fare la propria parte, gli Stati uniti di Europa prendono forma, opporsi a questa onda della storia è vano. I sovranisti sono crollati al tappeto, l’accordo nella capitale belga è stato come un uppercut violento sotto il mento, di quelli che tramortiscono all’istante.

Così si sarà sentito Matteo Salvini appena ricevuta la notizia dell’intesa siglata dai capi di governo europei, compresi i suoi amici di Visegrad che incassati più fondi da mamma Ue, sono riusciti ancora per poco ad evitare l’infrazione per la violazione delle garanzie democratiche nei loro paesi. La questione è solo rimandata, l’avviso da Bruxelles è arrivato forte è chiaro.

Ci ha messo un po’ a riprendersi dal colpo, insieme alla sua ‘Bestia’ che da tempo non è più la stessa, a corto di idee e infuriato per il successo del governo giallo rosso. Ha scaricato la rabbia cercando di tenere il registro più conforme al personaggio rozzo che parla alla pancia della gente, liquidando la faccenda come “una fregatura, sono soldi che andranno restituiti”.

Oggi sono tutti eurofelici, ma tornino sul pianeta terra – ha detto nel corso di una conferenza stampa improvvisata alla Camera – Tutti eurofelici, e il più contento è Monti. Sono soldi in cambio di tagli e sacrifici”. In un crescendo di bile ha attaccato anche gli alleati di Forza Italia rei di avere “votato per la Commissione e quindi in diritto di essere contenti che il destino dell’Italia non sia nelle mani del governo, ma in quelle della Commissione”.

Certo deve essere stato imbarazzante per lui ascoltare le dichiarazioni entusiaste di Berlusconi al Tg5: “Certamente questo difficile compromesso deve far riflettere sul futuro, sui pericoli per l’Europa del condizionamento che i partiti sovranisti esercitano sulla politica di diversi Paesi europei”.

Il Cavaliere, che la sa lunga e la politica ha dimostrato di masticarla bene a differenza del Capitano padano, ha intravisto un nuovo campo di gioco dove bisogna necessariamente essere della partita.

“Per l’Italia è una notizia positiva – ha aggiunto – e credo che nell’interesse del Paese l’opposizione sia stavolta davvero coinvolta nelle decisioni, come ritengo assolutamente indispensabile, perché i soldi del Recovery fund saranno disponibili solo nel secondo trimestre dell’anno prossimo, utilizzare nel frattempo gli altri strumenti che l’Europa ci mette a disposizione, a partire dai 37 miliardi del Mes”.

Non una buona notizia per il leader leghista, anche se non inaspettata. Il Meccanismo europeo di stabilità, ultimo baluardo, la linea del Piave da lui tracciata oltre la quale la disfatta sarebbe totale.

Ad aggiungere altra ansia nella già schifosa mattinata la presa di posizione ‘soft’ di Giorgia Meloni che ha sancito il suo definitivo isolamento e terremotato in qualche modo lo stesso centrodestra, la cui leadership potrebbe passare di mano.

Giorgia sta dimostrando, anche lei cresciuta a pane e politica, di avere una marcia in più. E, anche se critica, non si è tirata indietro nel rendere l’onore delle armi a Conte e ai ministri che lo hanno accompagnato nella difficile trattativa.

Conte – ha riconosciuto – ha battuto gli egoismi dei nordici ma ha ottenuto un risultato inferiore alle speranze. Il super freno di emergenza rischia di essere un commissariamento”. Non ha potuto però fare a meno di complimentarsi: “Abbiamo votato a Bruxelles per il debito comune, abbiamo tifato per l’Italia. Con la coscienza a posto ora, a negoziato concluso, voglio dire che Conte è uscito in piedi, anche se poteva andare meglio”.

Per come si sono messe le cose il futuro di Salvini appare quanto mai incerto, i sondaggi cui tiene tanto continuano a registrare il lento sgonfiamento della sua ‘bolla’ leghista.

C’è da giurare che dopo questa botta dalle parti di via Bellerio non saranno in molti disposti ad andargli ancora dietro senza condizioni rischiando di rimanere solo a guardare il passaggio del treno europeo.

Le partite Iva, la piccola imprenditoria, il mondo del fare e degli “sghei” del nord, in poche parole la base del consenso del Carroccio, non glielo perdonerebbe. L’ex braccio destro, Giancarlo Giorgetti da tempo ha lanciato l’allarme inascoltato, fino a decidere sconfortato di ‘collocarsi in sonno’.

La conferenza dei capigruppo del Senato, intanto, ha deciso di mettere ai voti in Aula, il 30 luglio, l’autorizzazione a procedere che lo riguarda per il caso Open Arms. Chissà che non sia un’occasione per impallinarlo.

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