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Reagan e Trump, in comune solo gli ‘amici’ ebrei

Si fanno, spesso, dei paragoni fra l’attuale presidente americano, Donald Trump, e un presidente del passato molto popolare, Ronald Reagan. A pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo della carica di presidente negli Stati Uniti, c’è, sicuramente, un punto che ha accomunato i due: l’affiliazione per gli ebrei e il sostegno, convinto, allo Stato d’Israele.

di Gerardo Verolino
(Italia-Israele-Today)

Con il riconoscimento delle alture del Golan da parte di Trump, un territorio strategico per la difesa di Israele che lo Stato ebraico ha annesso, nel 1981, alla sua nazione dopo due guerre d’aggressione subite, nel ’67 con la “guerra dei sei giorni” e nel ’73, con la “guerra di Yom Kippur”, e, dapprima con lo spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme decretandone di fatto lo status di capitale d’Israele, l’attuale presidente americano, è entrato, prepotentemente, nel novero di quelli da ritenere, senza ombra di dubbio, come il più amico d’Israele.

Prima di lui solo un altro presidente americano, anche lui repubblicano, viene ritenuto, a buon diritto, come il più vicino ad Israele, il quarantesimo: Ronald Wilson Reagan, il “Grande Comunicatore”, non a caso definito, alla fine del suo secondo mandato, dalle organizzazioni filo ebraiche americane come il “più amico” di Israele di sempre.

Chi scrive non appartiene a quel gruppo, consistente, che vede fra i due uomini politici molte similitudini. Reagan, uomo carismatico e fascinoso, resta un oratore elegante e dotato di humor sopraffino. Trump, che sicuramente ha doti di leadership, usa un linguaggio ruvido e scorretto.

L’ex governatore della California è una figura popolare, che, durante la sua trionfale rielezione alle presidenziali dell’84, gode dell’appoggio dei cosiddetti Democratici per Reagan. Mentre Trump è un uomo che si rivolge solo al suo elettorato. Infine, la tesi che abbiano sofferto di un pregiudizio negativo da parte dei media è vero in parte.

Il pregiudizio, con molta probabilità, accompagnerà Trump fino al termine della sua amministrazione. Mentre per Reagan, in patria, come racconta Donatella Campus in “L’antipolitica al potere“, dura poco.

Ma l’unica analogia reale, che c’è, fra i due, si riscontra nel loro convinto filo-ebraismo.

Reagan, appena eletto, si circonda di collaboratori (neoconservatori) ebrei: Max Kempelman, Michael Ledeen, Eugene Rostov, Elliot Abrams, Richard Perle e Richard Pipes. Nomina Jeane Kirkpatrick, un forte sostenitore di Israele, come ambasciatore alle Nazione Unite. Uno dei suoi più stretti collaboratori è un ebreo, Theodore E. Cummings di Los Angeles, come Albert Spiegel, l’uomo d’affari che guida la Coalizione ebraica per Reagan.

Il presidente considera Israele un prezioso alleato dell’Occidente in medio oriente. “L’unica risorsa strategica su cui possiamo contare” dice al “Washington Post”. Ma, a differenza dei suoi predecessori alla Casa Bianca, preferisce non intervenire militarmente in quei territori per non comprometterne la stabilità. Per Antonio Donno, esperto delle relazioni fra gli USA e Israele “I repubblicani e i neoconservatori videro nel medio oriente un terreno di conservazione, stabilizzazione, controllo“. 

Inoltre “Reagan, come Nixon, osserva il medioriente secondo il prisma della guerra fredda: primo conservare le posizioni conquistate“. Ma Reagan, pur nel non interventismo, attacca, senza mezzi termini, Arafat, definendo l’Olp come un’organizzazione terroristica.

Durante l’amministrazione Reagan, Le relazioni fra Stati Uniti e Israele prosperano e Tel Aviv diventa un alleato è un partner strategico per Washington.

Nell’83, i due Paesi partecipano anche ad esercitazioni militari congiunte. Nell’84, firmano un accordo di libero scambio per le merci. Successivamente i rapporti fra le due nazioni si intensificano ulteriormente e Israele partecipa al programma di ricerca dello Strategic Defense Initiative.

Ma è nel 1987, quando gli Stati Uniti designano Israele come un importante alleato all’interno della Nato (“major non-Nato-ally“) che Reagan fa il più grande favore allo Stato ebraico dandogli un ruolo di rilievo internazionale oltre ad un cospicuo finanziamento economico.

Gli Stati Uniti versano 3 miliardi di dollari ad Israele, una cifra mai vista prima. “Questa è l’amministrazione più amichevole che abbiamo” dice il primo ministro israeliano Ytzahak Shamir.

Ma Reagan è soprattutto l’uomo che si batte con tutte le sue forze per la liberazione degli ebrei sovietici. “Reagan ha una speciale affinità con gli ebrei – dice il professor Paul Kengorche deriva da una moltitudine di fattori: la sua natura ecumenica personale, l’incredibile intolleranza del padre cattolico alla discriminazione religiosa, razziale ed etnica e le istruzioni della madre protestante, ama il prossimo tuo, che suo figlio ha assimilato“.

Reagan ha familiarità con gli ebrei già ad Hollywood. Negli anni ’60 si dimette dal prestigioso Lakeside Country Club di Los Angeles perché si rifiutano di ammettere gli ebrei. E, nel ’67, da governatore della California, parla a favore di Israele nella guerra dei sei giorni.

Negli anni ’70 cura una rubrica settimanale sul giornale “Jewish Press”. Da presidente degli Stati Uniti, ogni volta che incontra i segretari o i ministri del partito comunista sovietico, solleva la questione della liberazione degli ebrei rinchiusi nei gulag del regime ponendo il tema dei diritti umani.

La lunga agonia degli ebrei – dice Reagan in campagna elettorale – nell’Unione Sovietica non è mai lontana dalle nostre menti e dai nostri cuori. Tutte queste persone sofferenti chiedono che le loro famiglie abbiano la possibilità di lavorare dove scelgono, in libertà e pace. Non saranno dimenticati dalla mia amministrazione“.

La liberazione degli ebrei russi resta un suo impegno costante. Riesce a far scarcerare il più famoso dissidente ebreo russo Anatoly Natan Sharansky. Il quale, partecipa, un anno dopo, all’organizzazione di un imponente corteo che vede sfilare 250 mila ebrei a Washington, il 6 dicembre 1987, in occasione della prima visita di un leader comunista, Gorbaciov negli Stati Uniti. Un grande successo.

Si suona il shofar mentre in strada ci sono, mischiati nella folla, i rifugiati da poco liberati come Yuli Edeisthein. Prende la parola Elie Wiesel e ricorda che durante l’Olocausto “troppi erano silenziosi allora. Non siamo silenziosi oggi“.

La manifestazione turba Gorbaciov, e Reagan ne approfitta, ancora volta, per chiedergli di assecondare le richieste della piazza e lasciare liberi gli ebrei di andare dove vogliono.

La storia volge al lieto fine. Crolla il famigerato Muro di Berlino e per milioni di ebrei sovietici si aprono le porte della libertà.

Finalmente la missione è compiuta: centomila di loro emigreranno negli Stati Uniti, mentre un milione, si trasferirà a Tel Aviv andando a rafforzare lo spirito sionistico della nazione.

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