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Il Recovery fund c’è ma bisogna farlo funzionare: ecco come

Al termine di un negoziato molto intenso, a tratti aspro, il Consiglio Europeo riunito a Bruxelles è riuscito a trovare la convergenza sul piano di aiuti per la ripresa post pandemia. Ecco come funziona.

di Costantino de Blasi

Al termine di un negoziato molto intenso, a tratti aspro, scandito dalle conferenze stampa notturne del premier Giuseppe Conte, l’EUCO riunito a Bruxelles è riuscito a trovare la convergenza sul piano di aiuti per la ripresa post pandemia.

Alcuni punti sono stati oggetto di serrate trattative polarizzate intorno alle posizioni dei Paesi mediterranei da una parte e nordeuropei dall’altra. Prima di analizzare i punti salienti dell’accordo occorre delineare il contesto macroeconomico all’interno del quale le varie posizioni sono state difese dai capi di governo.

L’Europa è lungi dall’essere un’area economica omogenea. Esistono ancora enormi differenza fra Stati in ordine a reddito pro capite, equilibrio di bilancio, rapporto debito pil, tasso di occupazione, partecipazione femminile al lavoro, istruzione, tutela dei diritti.

La pandemia da covid è stata solo parzialmente uno shock simmetrico avendo colpito alcuni Paesi più di altri e avendo determinato differenti risposte dei governi.

A titolo d’esempio il rapporto debito su pil, che in base al Trattato di Maastricht e in base al Fiscal Compact dovrebbe convergere per tutti intorno al 60%, era a fine 2019 134,8% per l’Italia e 49,7% per l’Olanda.

La differenza è tanto più sostanziale ove la si consideri come capacità di uno Stato di porre in essere misure di stimolo all’economia in caso di grave evento esogeno quale la pandemia. In altre parole, Paesi come l’Olanda, la Germania, la Svezia hanno capacità fiscale che manca a Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia.

Considerato in quest’ottica si comprendono le resistenze dei Paesi più virtuosi ad una mutualizzazione dei debiti.

L’accordo, di compromesso, strappato da Merkel, Michel e Von Der Leyen è un buon accordo. Aiuta quei Paesi che hanno avuto le più pesanti ripercussioni economiche dalla pandemia e consente ai Paesi più in ordine di esercitare un controllo sulle spese puntuale ma non invasivo.

L’aver inquadrato il Recovery Fund (pacchetto Next Generation EU) all’interno del framework del budget europeo consente per la prima volta alla Commissione di reperire fondi da girare agli Stati garantiti dalle risorse proprie.

Per la prima volta si istituisce una tassa europea (la plastic tax sugli imballaggi non riciclabili pari a 0,85 euro per chilo) dando alla commissione e a all’europarlamento una capacità fiscale che è conditio sine qua non per un debito comune.

Questa tassa si aggiunge ai trasferimenti degli Stati che vanno a formare il bilancio comunitario. Passaggio molto importante, poco sottolineato dalla stampa, è che la Commissione potrà reperire risorse aggiuntive attraverso il ricorso al mercato con strumenti di breve termine senza gravare sugli impegni finanziari degli Stati membri.

I fondi, parte in grants e parte in loans, saranno trasferiti agli Stati a fronte di programmi ben identificati di ripresa e resilienza. Investimenti (non spese correnti) per sfruttare le opportunità di crescita dei singoli Paesi e per recuperare il gap accumulato in termini di prodotto interno lordo e occupazione.

La decisione di ripagare i trasferimenti a partire dal prossimo esercizio di bilancio multiannuale (MFF 2028-2034) e fino al 2058 è una poderosa facility per quegli Stati, come quello italiano, che hanno problemi di equilibrio finanziario.

Il controllo sui programmi di spesa sarà ex ante ed ex post.

I programmi vanno presentati alla Commissione che ne analizzerà la bontà progettuale e la capacità di recuperare saggi di crescita vicini al potenziale. La votazione sui piani avverrà secondo il metodo della maggioranza qualificata, 55% degli Stati rappresentativi di almeno il 65% dei cittadini europei.

Fatta salva la possibilità di chiedere un anticipo del 10%, gli impegni di spesa vanno esibiti per i primi 2 anni al 70% e entro il 2023 per la restante parte. Si pone in questo modo un vincolo temporale molto stringente ed opportuno in modo da assicurare una corretta allocazione delle risorse e una ripresa economica più rapida.

Durante il piano la valutazione del raggiungimento degli obiettivi programmati sarà assegnata al Comitato Economico e Finanziario (CEF) all’interno del quale anche un singolo rappresentante potrà rilevare un significativo scostamento dagli obiettivi annunciati.

A quel punto la questione sarà posta al presidente del Consiglio Europeo che potrà portarla all’attenzione del Consiglio stesso per una valutazione sul proseguire con le erogazioni, correggerle o bloccarle.

Questo è quanto uscito dall’EUCO. Ma il percorso non è ancora terminato. Il framework normativo dovrà essere delineato in autunno attraverso una proposta della Commissione che sarà portata al Parlamento.

Una volta ottenuta l’approvazione saranno i parlamenti nazionali che dovranno recepire il Quadro Finanziario Poliennale all’interno del quale è contenuto il Recovery Fund. I piani nazionali dovranno poi essere presentati contestualmente al Draft Budgetary Plan che dà il via alla legge di bilancio 2021.

Come si vede è un risultato importante per l’Europa ma non ancora definitivo. Tensioni nazionali possono ancora manifestarsi all’interno dell’Europarlamento e dei contesti politici.

Per le opposizioni ai governi del nord Europa il Piano è troppo generoso con i Paesi più colpiti dalla Pandemia (c’è effettivamente un trasferimento di risorse fiscali dal contribuente tedesco o olandese al contribuente italiano o spagnolo); per le opposizioni ai governi del sud Europa il controllo sulle riforme e sui capitoli di spesa è un’ingerenza sui conti nazionali e la restituzione dei trasferimenti nuovo debito aggiuntivo.

Ma su questo torneremo in un prossimo articolo    

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